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Giuliano Lastraioli: L’archivio dell’avvocato

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“Generalmente il memoriale andava a finire chi sa dove, forse si perdeva del tutto; e se anche era conservato sino alla fine, veniva sì e no letto, come l’avvocato aveva sentito dire. Tutto questo era molto riprovevole.”

Franz Kafka, Il processo

 

Appena crepa un avvocato, la vedova – mascherando ipocritamente l’esultanza per il lieto evento – dà ordine alla fantesca di sbrattare casa e studio di tutti i faldoni, le filze e i fascicoli messi faticosamente insieme in una vita di lavoro e conservati dal defunto con religiosa cura, più per alibi che per necessità. La vicina cartiera giubila per il cospicuo rinforzo della carente scorta di materiale da macero. Lo sgombero del polveroso ammasso è salutato dagli eredi come l’attesa liberazione di svariati locali da un immondo e inutile carpettame. I libri non seguiranno la stessa sorte del fogliaio, ma per sacrale reverenza ed intrinseco pregio finiranno a buon mercato nel retrobottega del Gozzini, se non addirittura sulle bancarelle e sui muriccioli dei rivendùglioli.

Questa è la regola, fondata sull’immortale principio dell’id quod plerumque accidit.

Dopo quarant’anni non so più dove immagazzinare le sudate carte e si avvicina il giorno in cui un camion partirà dal Molin Nuovo o da Porcari per fare provvista nelle mie appartenenze.

L’assurda genìa dei cosiddetti ricercatori, veri e propri raspamota degli scaffali, superata in famelica ingordigia soltanto dai collezionisti del pezzo curioso e dai filatelici, non riuscirà a preservare rammuffito coacervo.

C’è chi freme per il Santo Graal, chi si consuma per l’autografo di Dante, chi si acceca alla lampada di Wood per dimostrare che il bordereau era davvero attribuibile al capitano Dreyfus e non al maggiore Esterhazy, chi divora le serie notarili per poi macinare al computer i flussi sociali ed economici sulla base degli atti ufficiali.

Se i primi sono dei fanatici in paranoia, gli ultimi -preferibilmente docenti universitari – sono dei meschinelli senza vera esperienza di vita: non hanno ancora capito, quegli innocenti, che il notaio ha sempre fabbricato enormi congerie di simulazioni e di dissimulazioni. Ad ogni rogito, per l’ordinario, corrisponde una controdichiarazione; ma questa viene accortamente rimpiattata e salta fuori sol quando una lite giudiziaria ne esige la fortunosa riesumazione, più taumaturgica della reviviscenza di Lazzaro.

I bauli dei privati, le cartelline riciclate sette volte dalle questure e dai servizi informativi, gl’inferni dell’avvocatura puzzano assai, ma la cova della verità storica è proprio lì, anche se non gradevole, anche se bisogna stanarla dalle soffitte e dagli scantinati.

Me ne accorsi subito tanto tempo fa, quando entrai da minutante nello scrittoio di un legale di paese. Era passata da poco la guerra e non esistevano, nemmeno nella fantasia di precursori come il mio dottissimo coetaneo Umberto Eco, conosciuto alla Domus Pacis di Roma in un convegno di studenti cattolici, le diavolerie megagalattiche che oggi deliziano gli antri avvocateschi, trasformati in molanti paretai elettronici per l’aucupio del più svariato uccellame.

Avevo già sperimentato le delizie burocratiche del magno tabulano delle Riformagioni, dove s’entrava soltanto con la solenne malleveria di un cattedratico e dove ti facevano il terzo grado prima di mettere sul tavolo, sotto l’occhialuto controllo di una carampana dal fiato acido, uno statuto di contado o un quadernuccio degli ufficiali delle castella.

E poi avevo frugato liberamente nel caotico miscuglio dell’archivio capitolare di Empoli, sconvolto dalle mine tedesche, dalle bombe americane e dalla postuma incuria di monsignor proposto, che aveva altro a cui pensare in quei giorni, con gli orfanotrofi in rovina e le case per gli indigenti da costruire in periferia.

Vittorio Fabiani, un vecchio professore che ai tempi di Giolitti e di Sonnino era stato qualcuno nella ristretta consorteria dell’erudizione locale, ormai dispersa e disfatta nel turbine della catastrofe, mi aveva iniziato ai misteri della ricerca storica (ancora non si diceva “euristica” a ogni pie’ sospinto come oggi), dove con suprema incoscienza andavo muovendo i primi incerti passi. Seppi da lui che per imparare bisognava sciropparsi in anteprima (“propedeuticamente”, correggerebbero gli attuali sbruffoni) i tomi del Muratori, del Lami, del Marini, del Targioni Tozzetti e del Repetti, del qual ultimo “tutti, dicono peste e corna, ma non si può fare a meno”. “Per il Davidsohn, caro nini, c’è poco da fare”, aggiungeva. “E così per lo Schneider. Prima devi imparare il tedesco”. Invece che su Goethe e Mann cominciai a compitarlo da autodidatta sulle Forschungen zur Geschichte von Florenz.

Un prete di Crespina, don Mannari, mi aveva somministrato qualche elementare rudimento di paleografia, svelandomi senza l’ausilio del dizionario hoepliano del Cappelli, “che non serve a nulla” – ammoniva – “tanto non ci si trova mai nulla”, i criteri pratici per sciogliere le abbreviature, fondati secondo lui solo sulla perfetta conoscenza dei formulari ricorrenti e dello stilus curiae.

Sembrava un gioco enigmistico. Ricordo ancora una fede di matrimonio contenuta in una riga appiccicatissima e ingarbugliata. “Brachigrafia, figliolo; allora la carta e l’inchiostro costavano un occhio della testa.”

Alla  faccia  della  brachigrafia!   Peggio della sigla esoterica di un sito internet:

A&BaDmdlxxxxijdiiijmisjlicormesissdispvbadpnri&ioealimumcxt.

Svelare l’arcano fu una vera goduria: A et B anno Domini 1592 die quarta mensis julii coram me servatis servandis per verba de presenti et immissione anuli matrimonium contraxerunt.

Per fortuna della storiografia la dura necessità del pappo e del dindi mi sviò alla facoltà giuridica, nell’erronea prospettiva di sfoci più remunerativi.

Ebbene, alla fine della cacciata l’impatto con la realtà forense mi ripiombò di schianto nel mondo cartaceo degli archivi.

Non per nulla una delle prime voci della tariffa degli onorari contempla espressamente la “ricerca di documenti in archivi pubblici e privati”.

Già, il documento! Senza documenti, non si fanno cause. L’oralità perfetta del processo è una fola da visionari. E il processo è una grande fabbrica di documenti. Hai voglia di introdurre preclusioni formali e di dare ingresso ai marchingegni informatici: il supporto cartaceo resta sovrano. Filza batte “file” di molte lunghezze e chissà ancora per quanti anni. È per questo che giudici, cancellieri e avvocati navigano nelle scartoffie e spesso ci affogano.

Qualsiasi tentativo di mettere ordine è vano. Tutti i giorni la produzione di fogli cresce geometricamente, come una costellazione di metastasi, e la babele diventa inemendabile, come nella biblioteca di Borges, che prefigura i casini della storia.

Un atto di citazione è come la pallina di lievito nella farina della madia. Figlia per partenogenesi una serqua ^terminabile di comparse, memorie, allegazioni, coniutazioni, perizie, controperizie, deduzioni e chi più ne ha più ne metta.

Non si butta via nulla. Non c’è scarto; tutto – oggi o domani – può far brodo. Non si sa mai. Un appunto, un biglietto, un verbale qualunque, un’agenda bisunta possono salvare o perdere un patrimonio ovvero la libertà e l’onore di una persona e di una famiglia. Ora che ci penso mi viene in mente un passo di Piero Calamandrei nell’Elogio dei giudici, dove si parla del nascondiglio trovato per caso dagli eredi di un vecchio avvocato, pieno zeppo di “una quantità di carte gelose, lettere d’amore, testamenti, documenti compromettenti e fotografie impudiche”. Ma soprattutto c’era un calepino ingiallito con indice alfabetico, “in cui erano registrati tutti i giudici della città, divisi per magistrature, ciascuno con un numero che rimandava a una pagina.  Ogni pagina conteneva una specie di scheda biografica…”. Sulla copertina di quel registro c’era un titolo emblematico: Le vie. Vie come strumento di lavoro e forse come veicolo di pressione per pilotare e sensibilizzare i processi. Nulla di nuovo sotto il sole.

Senza documento non c’è prova: anche il pentito deve incartare e sottoscrivere il suo pentimento; “quod non est in actis non est in mundo”. Il documento, poi, ha vita propria, autonoma, indipendentemente dalla sua occasionale efficacia probatoria, e l’esperienza c’insegna che talvolta, come cantava quel camorrista nel Processo alla città di Luigi Zampa, a penna fa chiù male d’o’curtielk”, ma  più spesso le “carte della lite” costituiscono il pegno del futuro per tanta gente. I fratelli Trao di verghiana memoria, quando gli andò a fuoco la casa, si precipitarono in camicia da notte a salvare l’armadio dell’archivio, lasciando la sciagurata sorella Bianca alle pelose cure del barone Ninì Rubiera.

Certo il documento va sottoposto a critica, va interpretato, va passato ai raggi X in tutti i sensi, ma non potrà mai essere pretermesso, pur se sappiamo in partenza che, come il verbale dei carabinieri, è per tre settimi VER e per quattro settimi BALE. Anche i falsi del resto hanno una loro incidenza, non foss’altro per la valutazione di una condotta o per l’individuazione dello scopo finale di un comportamento umano. Ritocco di scritture uguale intacco di cassa secondo un’inveterata presunzione. Ecco perché ogni pagina va “affogliata”, fascicolata e gelosamente custodita in vitam aeternam. Suppliche, lettere minatorie, libelli famosi, scopelismi simbolici, atti emulativi, ritorsivi, estorsivi, infamie anonime: nulla va smarrito, tutto passa al vaglio fitto di chi di dovere. Se costui è uno storico, anche una sola riga serve all’elaborazione di un quadro generale con effetti di assoluta rilevanza quando giova a disvelare un arcano o quando chiude un puzzle alla stregua del classico principio singula non prosunt, collecta iuvant.

Quel genio letterario di Honoré de Balzac, pur non essendo propriamente un giurista ma un poderoso narratore di vicende romanzesche, se n’era già accorto nel 1839, quando avvertì che per imbastire delle belle storie sarebbe stato sufficiente mandare uno stenografo in tutti i tribunali. Balzac era evidentemente riduttivo: la-registrazione degli interventi orali non esaurisce la disamina dei casi senza l’apporto delle pièces. Qui soccorre a tutto campo l’archivio dell’avvocato, dove si contiene anche ciò che non galleggia in superficie. La punta dell’iceberg non basta, ci vuole il blocco subacqueo.

Figuratevi se una così smisurata opportunità poteva sfuggire ai soloni parigini delle mitiche Annales. L’utilizzazione a tutto campo della giurisprudenza e della sociologia giuridica fu caldeggiata come strumento del metodo storico da Jean-Paul Charnay in un famoso saggio del 1965, che esortava a scavare nelle carte processuali e nelle sentenze non più in funzione del diritto applicato o creato, ma dei fatti sottostanti, liberati dall’ottica giuridica e restituiti al loro sapore originale.

Un esempio locale di questa metodologia ce l’ha dato recentemente quel cronista di Pontedera che ha rievocato in un volume largamente diffuso nel Pisano il celebre caso della bella Elvira, l’avvenente contadinotta uccisa in modo atroce a Toiano di Palaia nel giugno 1947.

La vicenda si prestava mirabilmente all’utilizzazione delle carte giudiziarie, non tanto per dipanare il gomitolo dei molti misteri insoluti, ma soprattutto per ricostruire lo scenario ambientale e sociale. Purtroppo l’autore non è riuscito compiutamente’ nell’intento e c’è un perché: non ha frugato negli archivi degli avvocati delle parti, ormai quasi tutti scomparsi. Non è pensabile che negli studi dei loro epigoni (e il senatore Picchiotti, patrono dell’imputato assolto per insufficienza di prove, ne lasciò diversi, anche di buon nome) non si possa ancora rinvenire la traccia documentale di qualche elemento d’indagine rimasto coperto e mai emerso in giudizio perché controproducente ai fini della difesa In dubio prò reo, va bene, ma chi ci dice che in una sommersa cartella non dorma qualche scritto o qualche annotazione dirompente? Da giovane ho avuto una buona frequentazione con l’avvocato Giacomo Picchiotti e posso attestare che era solito postillare e glossare di proprio pugno ogni pagina dello spoglio processuale con riflessioni di rara bizzarria, ma talvolta illuminanti: “Questo non regge nemmeno il semolino”, oppure “Sentire anche la controparte e credere poco, anzi pochissimo”, e più spesso “Questa è una bischerata”, “Qui si gira a vuoto”, “Inverosimile”, “Più probabile il contrario”.

* * *

Da oltre vent’anni mi sono stanziato in un tetro palazzone del centro di Empoli a cavallo delle mura castellane. Una quarantina di stanze in gran parte disabitate. In certi periodi dell’anno mi trovo assolutamente solo nella lugubre magione, ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Nelle lunghe notti di studio e di lavoro sento che mi fa compagnia l’ombra vagante del gonfaloniere Vannucci, anima inquieta di tutti gli intrighi risorgimentali empolesi. La casa era sua; c’è tuttora il suo archivio, c’è la sua biblioteca. Non posso chiamare l’esorcista o il ghostbuster per cacciarlo dall’avita dimora. Come persona, peraltro, era un signore affabile e gaudente, aperto a tutte le novità e veleggiatore prestantissimo in ogni temperie politica. Un piccolo Metternich di paese, un Cavour in ventiquattresimo, un andreottiano ante litteram.

Diciamolo pure: siamo entrati in confidenza.

Ultimamente si è parlato dei personaggi di spicco che fecero Empoli nell’Ottocento. Mi ha detto cose turche di Amadeo Del Vivo e di Mariano Bini, assurti dal nulla a smodate ricchezze nel periodo napoleonico, ma soprattutto ci siamo attardati sulle figure politiche che, nella comune vulgata, ebbero a propugnare il Risorgimento. “Roba da ridere, caro amico”, ammiccava il gonfaloniere. “Io ho sempre cercato di tenerli calmi e buoni per non provocare sfracelli, ma non ci sono riuscito sempre. Basti pensare al bruciamento della stazione, quando mi trovai davvero a malparato mediando fra i neri e i rossi”. “Ma il Salvagnoli che pesce era?”, interloquivo timidamente. “Un cervellone, caro mio; un avvocato superiore quando aveva voglia di lavorare; un politico sopraffino che a Firenze, a Torino e a Parigi conosceva tutti. Come uomo però era una frana: ipocondriaco, squattrinato e puttaniere. Fece anche il ruffiano a Stendhal quando il Beyle passò da queste parti. Andarono insieme a Parigi e durante il viaggio ne fecero di pelle di becco. Coraggio civile tanto, ma coraggio fisico zero.”

E via di questo passo. Taglia e cuci. Nessuno si salvava: il suo amico Cosimo Ridolfi era un maneggione, il proposto Martelli uno svitato, il repubblicano Bista Nardi un avventuriero rovinato dalle scalmane di un figlio schizofrenico, il democratico Lorenzo Neri un cacasotto folle inadeguato alle burrasche.

“O il pretore Ceracchini?”

“Quello sì!”, sogghignava la fantasima di Niccolò Vannucci. “Nelle storie passa per un eroe che perse il posto a Empoli perché troppo liberale. Gliela dico io la verità: lo mandarono via perché si riseppe che io andavo a letto con sua moglie e allora queste cose non si potevano fare.”

“Gonfaloniere, gonfaloniere”, mi permisi di azzardare, “la storia non mi è nuova. In tema di coma gli archivi registrano anche i minimi particolari. Ho qui un fascicolo che contiene tutte le soffiate che pervenivano sull’argomento al procuratore di San Miniato. Mi meraviglio che lei supponga di essere stato risparmiato dagl’infami dopo quello che successe al povero pretore.”

Il gonfaloniere si adontò: “Ma come! Hanno conservato anche queste porcherie?”

“E perché non si dovevano conservare?” ribattei. “Forse che lei non conservò in un plico sigillato tutte le vergogne di quelli a cui il municipio ha poi dedicato una piazza o una strada? Ce l’ho io fra le mani ora. Se ne avrò tempo e voglia vedrà come condirò l’epopea risorgimentale degli empolesi…”.  ( * )

Se ne dev’essere avuto a male, perché da qualche giorno non ho più ricevuto visite del gonfaloniere in tuba e redingote. Mi vien da fantasticare sul Dies irae:

“Liber scriptus proferetur

in quo totum continetur,

quem secundum iudicetur.”

Ma di certo non è un’ipotesi temeraria. Nella valle di Giosafat stai a vedere che l’archivio dell’avvocato servirà come prova a carico nel giudizio universale, traguardo definitivo del revisionismo storico.

Empoli, 5 ottobre 1997

GIULIANO LASTRAIOLI

 (*) Sull’argomento v. ora, dello stesso autore, il saggio “Risorgimento minore”, in Bullettino Storico Empolese vol. XVI, 2008-2011, pp. 5-101.-

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