Gian carlo Brogi: Quella notte che doveva saltare il ponte sull’Arno

08/11/16 13:11     COMMENTA

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Era quasi le tre di una fredda e uggiosa notte senza stelle del novembre 1966, aveva smesso di piovere da poco e sia noi che la strada e le case, le piante, insomma tutto, era bagnato fradicio, anche l’aria che si respirava era bagnata, il fango era dappertutto, soprattutto appiccicato alle nostre gambe;  quando la campagnola diretta al Ponte di Spicchio,  venne bloccata da una camionetta militare all’incrocio fra via Tosco Romagnola e via Bisarnella.

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Il cigolante mezzo era guidato da un funzionario del Genio Civile di Firenze: il Geom. Restaldi, coordinatore di zona dell’unità di crisi riunita da qualche giorno, e con a bordo: S…….., titolare di una locale impresa edile e il sottoscritto.

«Alt non si può proseguire»,  disse il giovane militare in tuta mimetica un po’ assonnato e aggiunse: «la strada è chiusa perché il ponte  minaccia di crollare», ma  vedendo sulla fiancata la scritta Genio Civile, si fece da parte e proseguimmo.

Era la notte della seconda notte della grande alluvione del 4 novembre ’66. Gli ultimi giorni di ottobre erano stati caratterizzati da violente ed intense precipitazioni, interrotte solo da brevi schiarite e, ormai da Ognissanti pioveva incessantemente.

In meno di 24 ore le precipitazioni sul Bacino dell’Arno e dell’Elsa furono oltre 190 mm, pensate che la media annua delle precipitazioni nella stessa zona è 921 mm. Il vento era molto forte e l’acqua continua a cadere in modo ininterrotto. Questa “bomba d’acqua”, come si direbbe oggi, mai vista a memoria d’uomo, fu uno dei più gravi eventi alluvionali accaduti in Italia, e causò forti danni non solo a Firenze ma in gran parte della Toscana e più in generale tutto il paese e, diversamente dall’immagine che in generale si ha dell’evento, l’alluvione non colpì solo il centro storico di Firenze ma l’intero bacino dell’Arno, compresa la nostra città ed il circondario.

A Empoli si ebbe la percezione della gravità della situazione all’una di notte, quando l’Arno straripò a La Lisca, tra Lastra a Signa e Montelupo, allagando la statale 67 e interrompendo il traffico da e per Firenze. Allora la FI.PI.LI. era solo una speranza.

Alle cinque del mattino successivo Montelupo venne invasa dal fiume Pesa. A Empoli l’alluvione arrivò all’otto dello stesso giorno, quando l’Elsa ruppe a sua volta gli argini e l’acqua invase il centro cittadino, trasformando luoghi simbolo, come la piazza Farinata degli Uberti,  in melmosi laghetti puzzolenti a causa della nafta fuoriuscita dai depositi degli impianti di riscaldamento e dei liquami delle fosse biologiche.

La furia del fiume, oltre a ingentissimi danni materiali: confezioni e fabbriche allagate e piene di fango misto a nafta, case lesionate, animali morti, coltivazioni distrutte; fece anche sette vittime nel nostro comprensorio; vittime dimenticate e delle quali  ora non se ne parla più, si commemorano solo i morti di Firenze, come se i nostri fossero di serie “B”, complice anche il colpevole silenzio delle locali autorità competenti.

Le vittime furono:

  • Guido Borghi, 64 anni, morì a Castelfiorentino mentre stava cercando di salvare il bestiame;
  • Giovanni e Vittorio Cortini, di 58 e 24 anni, morirono per il crollo della loro casa a Castelfiorentino;
  • Agostina Bini, 73 anni, di Empoli, fu sorpresa dall’acqua mentre si trovava a letto ammalata, salvata, morì pochi giorni dopo in ospedale per i postumi;
  • Palmiro Mancini, 66 anni, di Empoli, morto travolto dalla corrente;
  • Orfea Casini, 68 anni, diMontelupo Fiorentino, morta travolta dalla corrente dopo essere caduta durante il salvataggio in elicottero;
  • Giovanni Chiarugi, 68 anni, diMontelupo Fiorentino, fornaio del paese, annegato mentre su viale Umberto I si recava all’Ospedale Psichiatrico per portare il pane.

Furono notti da incubo e giorni di disperazione, a cui seguirono tra l’altro non poche roventi polemiche, che interessarono un po’ tutte le istituzioni. I danni sono stati davvero enormi, al punto da essere tutt’oggi incalcolabili nella loro reale misura.

Le imprese edili della provincia vennero tutte precettate e comandate con tutti i loro uomini e mezzi a prestare soccorso e a riparare provvisoriamente i danni dell’alluvione, anche Empoli aveva fatto il suo dovere: sia le cooperative che le imprese edili private, naturalmente quelle più grandi e organizzate, erano tutte al lavoro; anche l’impresa in cui allora lavora mio padre, quella di cui ero stato anni prima il giovane ragioniere di belle speranze, era stata mobilitata e io mi accodai, un po’ perché mio padre nella sua qualità di capotecnico era sulla breccia da quarantotto ore e desideravo rivederlo, e un po’ perché ero rimasto amico dei titolari e mi piaceva aiutarli.

Già lunedì sette entrammo con le nostre attrezzature nel centro storico di Firenze e si spalava alla Galleria degli Uffizi nei locali di via della Ninna, a contatto di gomito con i cosiddetti “angeli del fango”, che noi “professionisti”,  a dire la verità, guardavamo con sospetto: tutti capelloni, mal vestiti, senz’ordine e chi sa che altro. Ecco la dimostrazione che l’abito non sempre fa il monaco!

Fummo poi comandati al recupero del Crocifisso di Cimabue e alla costruzione del Gabinetto Restauri all’interno della Fortezza da Basso, in cui oltre a tutte le altre opere d’arte, venne restaurato lo stesso crocifisso, sotto gli occhi delle televisioni di tutto il mondo.

Prima ancora altre squadre dell’impresa, erano trecento dipendenti, stavano ricostruendo tratti di argine travolti dalla piena a Signa sul torrente Vingone e a Montelupo sulla Pesa.

A Montelupo con la direzione del Geom. Restaldi del Genio Civile di Firenze, si ricostruiva provvisoriamente e in fretta e furia, un lungo tratto di argine, rotto il giorno prima dalla piena, accatastando terra fradicia, non avevamo altro, prelevata dai campi circostanti, sperando che reggesse alla seconda ondata di piena che era già stata preannunciata.

Quella sera stava passando un’enorme massa d’acqua che, proseguendo la sua folle corsa, si sarebbe gettata in un Arno già al colmo della capienza proprio nel centro della cittadina della ceramica. Immaginatevi con quale trepidazione al lume delle pile si osservasse la scena per capire se l’acqua diminuiva o aumentava, con il pericolo che se, quel provvisorio terrapieno di mota costruito in fretta e furia e con mezzi improvvisati, fosse crollato saremmo stati travolti anche noi che stanchi morti e bagnati fradici, eravamo sull’argine ininterrottamente dalla mattina alla notte, scrutando con trepidazione la massa d’acqua che passava rumoreggiando a cinquanta centimetri da noi, portando con se di tutto: alberi, carcasse di animali, bombole di gas, insomma di tutto e di più.

Verso le due e mezzo del mattino l’acqua finalmente cominciò a diminuire piano piano, ma costantemente e così anche la paura di un crollo dell’argine, scomparve come neve al sole e ci sentimmo ripagati di tutti i sacrifici fatti e dei pericoli trascorsi, coscienti di aver fatto il nostro dovere di cittadini, senza alcun compenso.

Ora avevamo solo bisogno di un buon caffè e di rifocillarci un po’, quando udimmo delle voci e scorgemmo delle luci lungo l’argine, dalla parte di Montelupo, era un vigile urbano che recava al Geom. Restaldi l’ordine di mettersi immediatamente in contatto telefonico con il suo Direttore di Firenze e aggiunse: « è cosa urgentissima».

Allora il cellulare nemmeno si sognava e quindi ci recammo al Comune dove il Restaldi entrò per telefonare ai suoi superiori. Il Geometra, per dirla alla Camilleri,  era un “quarantino” alto e magro con baffetti neri, molto distinto, se avesse avuto un frustino in mano lo avresti sbagliato per un ufficiale della “British Army”, una bella figura insomma.

 Arrivati al ponte ci trovammo parecchi soldati, camion, camionette ecc. e, apparentemente, una tale confusione tipo il “facite ammuinà” dell’esercito di Franceschiello; del tipo comandi urlati a piena voce, soldati che correvano ecc. Capimmo più tardi che cosa era successo….., se ci rimane tempo ve lo racconto!

«Chi comanda qui», chiese il Restaldi a voce alta, «io comando, sono il tenente …… del Genio Guastatori», così almeno mi sembra di ricordare ma non sono sicuro di questo, e aggiunse, «meno male che l’hanno rintracciata, ma dove si era cacciato è più di due ore che la cercano»  disse lo “sbarbatello” appena uscito da una calda, comoda, camionetta parcheggiata.

«Come dove mi ero cacciato? Porca…..…è tutto il giorno che sono al freddo e all’acqua su un argine motoso e con il pericolo di essere travolto,  e lei mi domanda dove mi ero cacciato, non ero mica al caldo in macchina io, come qualcuno di mia conoscenza». La cosa stava prendendo una brutta piega quando intervenne S………., che in breve sistemò le cose.

S………….. era allora un bel quarantacinquenne magro elegantissimo, gran fumatore di “Stop” senza filtro, che dirigeva l’impresa, insieme al fratello L………….. con grande capacità. Era un tipo con una faccia furba e simpatica, scaltrissimo, calmo, abile mercanteggiare, non diceva mai “no” ma solo “ni”; insomma era un gran diplomatico e sarebbe stato un perfetto uomo politico, o più prosaicamente, un ottimo conciliatore.

“Che succede” chiese Restaldi, “il ponte sta crollando, non può vederlo perché è buio, ma guardi ora” disse il tenente proiettando la luce di una grossa torcia sul ponte.

Ai nostri occhi si presentò uno spettacolo agghiacciante; la seconda e la terza campata nord del ponte, quelle dalla parte di Spicchio, si erano inclinate  di un buon ,metro e mezzo, evidentemente aveva ceduto la pigna che le sorreggeva, e ora le carreggiate si presentavano in ripida salita, sulle quali si avventava spumeggiando un’ enorme massa giallognola d’acqua e di detriti che le sommergevano irosamente per un bel pezzo della loro lunghezza sollevando una grossa ondata d’acqua e con una forza tale che le faceva tremare e vibrare furiosamente con un suono pauroso e sembrava davvero che il ponte dovesse crollare da un momento all’altro. Il peso fangoso del fiume premeva le due campate lesionate che resistevano, immerse nell’acqua dirompente, come una diga. Tronchi con le radici divelte, barili di metallo, una zattera di legno, mobili trascinati dalla corrente, erano pittoreschi ma il ruggito dell’acqua, ostacolata dalla campata, era pauroso.

Personalmente m’invase come un senso di fragilità estrema, pensavo che gli uomini, così presuntuosi, tanto da credere di poter dominare il mondo e che si ritengono di essere degli Dei in terra, non si rendono conto invece della loro estrema fragilità: è bastata un po’ d’acqua per metterli in ginocchio.

Non sono stati capaci di proteggere le loro città con le loro belle architetture monumentali, le loro proprietà, i loro familiari, loro stessi e i loro animali. Il pensiero angoscioso che un patrimonio così grande di esperienza, e di raffinatezza progressiva della civiltà fosse esposto, così indifeso, agli eccessi e agli obbrobri della legge della natura, mi turbava, ma c’era anche in me come un sentimento di rabbia, perché non era stata presa nessuna particolare cautela per proteggere un patrimonio così prezioso, non avevamo tratto nessun insegnamento dalle numerose alluvioni precedenti. Allora non ero a conoscenza della perdita di vite umane e quindi non pensai in quel momento a loro.

“Ecco quello che succede”, disse il tenente, “e ora c’è il pericolo che crolli una campata e che faccia diga e che potrebbe far tracimare l’Arno e allagare tutta la città. Siamo stati chiamati noi perché in caso di necessità possiamo minare il ponte e togliere il pericolo: e a vedere la situazione credo che sia la cosa migliore e  anche la più  urgente. Comunque la decisione finale è  sua e aspetto ordini”.

 “Ma come minare il ponte”, replicò il geometra Restaldi, «ma scherziamo e se i detriti fanno diga, allora si che si corre il rischio di allagare tutta Empoli”, “a questo ci penso io,” replicò il tenente, “se mi da l’ordine lo riduco in bricioli” e il Restaldi: “in bricioli, ma si rende conto che siamo in un centro abitato e che si rischierebbe di danneggiare  tutti i tetti nel giro di trecento metri e ferire persone che magari dormono nelle mansarde? Sa quanti danni ci sarebbero da pagare e poi vanno fatti evacuare tutti gli abitanti, ci vogliono tempo e personale, bisogna chiamare il Sindaco ,i Vigili, Il Prefetto, allertare le Associazioni di  pronto soccorso, far convergere le ambulanze ecc., no è una decisione che non mi sento di prendere da solo, sull’onda dell’emozione. Calma, intanto avverto il capo della Protezione Civile  a Palazzo Vecchio, nel frattempo noi rendiamoci conto se la campata continua a cedere o si è stabilizzata,e rivolto a noi: “per favore portatemi la stadia che c’è in macchina, scusi S…………, lei che è un geometra come me,  posizioni il tacheometro e facciamo un rilievo. La stadia, non preoccupatevi, la posiziono io».

La stadia e una lunga stecca di legno su cui si leggono i gradi di un rilevamento e che deve essere posizionata, ovviamente, nel punto esatto del rilevamento stesso e tenuta ferma per il tempo necessario.

Posizionare la stadia voleva dire recarsi sul bordo estremo della campata pericolante e, s’immaginava scivolosa, che vibrava sinistramente, mentre la piena era al massimo. Una volta arrivati sul bordo dell’acqua, che scorreva veloce rumoreggiando paurosamente a pochi centimetri, si doveva di sorreggere la stadia in verticale  per alcuni minuti fino a che non fosse fatta la misurazione. Tutto questo alla luce di una semplice pila perché la fotocellula, incredibilmente, ma vero, non si  trovava. Ci voleva un bel coraggio, ebbene, il Geom. Restaldi lo ebbe.

Passarono le ore, l’acqua cominciò a calare, le diverse misurazioni confermavano che la campata era ferma e non si abbassava più, forse aveva trovata una sua precaria stabilità; e anche da Firenze comunicarono che il culmine della piena era ormai passato.

Finalmente e per me fu come la fine di un incubo, mi sentii come se fossi stato un uccello liberato dal laccio dei cacciatori, il laccio si è spezzato e noi siamo scampati. Sia ringraziato Dio.

Albeggiava quando i militari partirono e allora finalmente andammo tutti alla ricerca di un bar aperto per un meritato caffè con relativo grappino scalda stomaco e per le congratulazioni di rito, felici di aver fatto ancora una volta interamente il nostro dovere.

Ecco, ora che il pericolo è passato vi racconto perché all’arrivò si trovò tutta quell’agitazione  e quel nervosismo fra i soldati, era inspiegabilmente scomparso il camion con la fotocellula, nessuno sapeva dov’era finito e per giunta il mezzo non avendo radiotelefono a bordo, non poteva essere rintracciato, il tenente sembrava fuori di se, minacciava la galera a tutti i subordinati, essi a loro volta minacciavano i soldati, insomma una baraonda da film comico tipo “Il Sergente Rompiglioni”.

Alla fine la fotocellula riapparve al di la dell’Arno dalla parte di Spicchio, dov’era logico e utile posizionarla, forse aveva attraversato l’Arno dal ponte di Marcignana, non ho più visto i soldati, non so nemmeno bene chi fossero, e quindi non ho avuto più la possibilità d’informarmi su questo episodio.

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