skip to Main Content

Dizionario geografico fisico storico della Toscana – Emanuele Repetti: Popolo di Empoli

Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana

contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato

compilato da Emanuele Repetti

socio ordinario dell’i. E r. Accademia dei Georgofili e di varie altre   –  Volumi vari

<–  Torna al regesto dei luoghi empolesi descritti da Emanuele Repetti

EMPOLI [1] (Impolum, Empulum, Emporium) nel Val d’Arno inferiore. Terra la più popolata della Toscana, di forma regolare e ben fabbricata, che da ogni parte trabocca dal secondo cerchio delle torrite sue mura, capoluogo di Vicariato Regio e di Comunità con pieve e insigne collegiata (S. Andrea) nella Diocesi e Compartimento di Firenze.
Giace in un’aperta pianura che porta il nome della stessa Terra, presso la ripa manca dell’Arno, sulla strada Regia pisana che gli passa in mezzo, quasi nel centro del Val d’Arno di sotto a Firenze, dalla cui capitale è miglia 18 e 1/2 a ponente passando per la via postale, e 16 miglia per l’antica strada maestra che attraversa il poggio di Malmantile; 30 miglia a levante di Pisa; 4 miglia da Bocca d’Elsa, e 6 da Sanminiato nella stessa direzione; 18 miglia a ostro di Pistoja per il giogo di Mont’Albano, e 15 miglia a libeccio della città di Prato. Questa popolatissima terra, che lo storico Guicciardini chiamava il granajo della Repubblica fiorentina, nel secolo XI non era che una piccola col foro davanti alla sua pieve. Non restano memorie di Empoli che possano dirsi più antiche del secolo VIII. Il luogo di una delle sue chiese succursali (S. Michele a Empoli vecchio) è il primo che si legga fra le carte superstiti del medio evo. Intendo dire della fondazione della badia di S. Savino a Cerasiolo presso Pisa, dove tre fratelli di origine longobarda, sino dal 780, si riunirono per condurre vita monastica, dopo aver assegnato a quel cenobio il vasto loro patrimonio, situato nella Valle dell’Arno pisano, e in quella di sotto a Firenze. – Erano fra i luoghi di quest’ultima valle alcuni corti e chiese, fra le quali contavansi quelle di Petrojo, e di Empoli con la chiesa di S. Michele ivi situata; e ciò poco innanzi, che le corti di Pontorme, di Cortenuova, e di Fibbiana con varie altre chiese del Val d’Arno inferiore dipendessero dai conti Cadolingi, poi Upezzinghi di Pisa.– Vedere ABBAZIA di S. SAVINO.

Io non dirò, se tali provenienze remotissime di giuspadronato, che avevano nel distretto Empolese cospicue famiglie pisane, derivar potesse quel piccolo censo che a lunghissimi intervalli si trova pagato alla cattedrale di Pisa, (fra gli anni 840 e 1012) da alcuni pievani della chiesa matrice di Empoli. Né tampoco io potrei asserire, che da cotesto tribute immaginata fosse la leggenda da molti tenuta per vera: che il piviere, cioè, con tutto il distretto di Empoli, prima del secolo XI facesse parte della diocesi e del contado di Pisa. Alla qual leggenda fece una condegna cornice l’apocrifo documento trovato dall’Ughelli nell’archivio Vaticano, da esso lui pubblicato nell’Italia Sacra, alla serie degli Arcivescovi di Pisa, e segnatamente sotto l’arcivescovo Uberto de’Rossi Lanfranchi, che si figura esserne stato l’autore.
Avvegnaché in quel foglio si vuol dare ad intendere, che, mentre Guidone di Travalda reggeva la chiesa pisana, nell’anno 1015 (ab incarnatione), la città di Pisa venisse distrutta dai Pagani; e che poco dopo, rimasta priva del suo pastore, quel clero invitasse il vescovo di Lucca a prenderne cura. Il quale prelato in tale circostanza incorporò alla sua molte pievi della diocesi pisana: mentre facevano del canto loro quasi altrettanto i pontefici delle diocesi limitrofe di Volterra e di Firenze. Giacché quella storiella soggiunse: “che dalla parte del distretto fiorentino i confini diocesani e del contado di Pisa arrivavano al termine di Pietrafitta, dove in una lapida, ivi ncora esistente, si legge questa iscrizione: “Titus Flaminius et Titus Quintus Consules Pisae Milliario XXXII. Hic posuerunt fines suae civitatis.”Quindi l’apocrifo rammenta fra le pievi del vescovo di Firenze state tolte alla chiesa pisana quella Emappoli, che con nome corrotto (dice lo scritto) oggi si nomina Empoli. La qual pieve fu carpita al tempo di Gherardo vescovo fiorentino per opera di un Conte Guidone!!! Tale e sì grande è l’ammasso di errori e d’inverosimiglianze che si manifesta di primo slancio in quella scrittura, da dover concludere col Lami e col Mattei, non esser quella opera di un arcivescovo pisano, o che Uberto, cui venne attribuita, scriveva ciò che di certo egli non sapeva. Per ciò che riguarda l’iscrizione di Pietrafitta, luogo fra Empoli e Pontormo, stata poi in vario modo supplita e interpretata, ciascuno può riscontrarla più esattamente che in altre nell’opera del Targioni (Viaggi per la Toscana. T. IX). La quale confronta con quella incisa nella pietra originale, attualmente esistente nel cortile del palazzo degli Antinori di Firenze, dove fu nel secolo XVIII dalla villa di Luciano trasportata. Essa riducesi alle seguenti poche parole di bella forma e disposte nel modo che appresso:

T . QVIN .. TIVS . T . F

FLAMININUS

C … S .

PISAS .

N.B. Fra il QVIN e il TIVS . T . F . havvi nella colonna un’erosione che accenna la mancanza di due lettere. Tale similmente si affaccia nel terzo rigo fra il C e l’S, come pure nel quarto dopo PISAS . In tutto il restante della pietra non si presentano scabrosità, né indizj che possano far dubitare di alcuna sillaba, parola o numeri stati consunti. A togliere di mezzo qualunque dubbio sulla supposta dipendenza di Empoli dalla diocesi di Pisa, all’epoca del vescovo Guidone degl’Upezzinghi di Travalda, gioverà ricordare due strumenti della cattedrale Fiorentina. Col primo dei quali il S. Vescovo Podio, nel febbrajo dell’anno 996, diede a livello delle terre spettanti alla sua mensa poste in Empoli; e col secondo, nell’anno 1013, Ildebrando vescovo di Firenze assegnò in dote al monastero di S. Miniato al Monte, tra le altre rendite, la sua corte di Empoli nel piviere di S. Andrea. (LAMI Mon. Eccl. Flor. T. I.)

Commenché fra le scritture pubbliche quella dell’anno 780, poco sopra rammentata, sia la più antica delle superstiti, dove si faccia menzione di Empoli, non è per questo da dire che la contrada, denominata in seguito Empoli vecchio, non esistesse da molto tempo innanzi. Stà a favore di tale congettura la corografica posizione di Empoli, che Cluverio opinava potesse corrispondere al Portus ad Arnum, cioè, alla terza stazione dell’antica strada municipale da Pisa a Firenze. Lo fa credere il distintivo che nel secolo XIII portava la chiesa di S. Michelangelo a Empoli, detto vecchio sino dall’anno 1258, siccome tale l’appellò il pontefice Alessandro IV nella bolla spedita al pievano e canonici di Empoli. Lo danno a conoscere gli avanzi di romani edifizj consistenti in colonne, capitelli, e impiantiti di mosaico in varie epoche, e perfino nel principio del secolo attuale, scavati sotto i fondamenti delle stesse mura castellane di Empoli: indizj manifesti di un preesistente paese e del grande rialzamento di suolo in quella valle accaduto a cagione delle colmate dell’Orme e dell’Arno. Finalmente lo dimostrano le otto grandi lastre di marmo fengite, cavate nel secolo XI dai ruderi di qualche tempio assai più vetusto per incrostare la facciata di fini marmi della collegiata di Empoli, chiesa fra le più antiche della Toscana; sebbene sia stata in gran parte nell’esterno e totalmente nell’interno restaurata. Essa fu compiuta nell’anno 1093 per le cure del pievano Rodolfo e di quattro confratelli sacerdoti, cioè, Bonizone, Anselmo, Rolando e Gerardo, nominati nei versi leonine incisi nell’attico della sua facciata. Non molto tempo dopo succedè al governo della pieve d’Empoli il prete Rolando, uno dei quattro canonici prenominati; siccome lo danno a conoscere diversi documenti, uno dei quali rogato nel 1106 nel battistero di S. Giovanni Battista d’Empoli, che si dice situato nella Judicaria Florentina.

Assai più importante per la storia di Empoli comparisce una pubblica dichiarazione del di 10 dicembre 1119, fatta a Rolando, custode e proposto della pieve di Empoli, dalla contessa Emilia moglie del Conte Guido Guerra signore di Empoli. La quale contessa Emilia, stando in Pistoja, col consenso del marito promise e giurò tutto ciò che era stato promesso e giurato in Empoli dal conte Guido Guerra di lei consorte; cioè “che, da quell’ora sino alle calende di maggio avvenire, i due conjugi avrebbero obbligato gli uomini del distretto di Empoli, sia che abitassero alla spicciolata, o che stassero riuniti nei castelli, borghi e ville dell’Empolese contrada, compresi quelli del luogo di Cittadella (fra Empoli vecchio e Empoli nuovo), affinché essi stabilissero il loro domicilio intorno alla chiesa matrice di S. Andrea di Empoli, donando per tal’effetto a tutte le famiglie un pezzo di terra, o casalino, sufficient a costruirvi le abitazioni, e il luogo per erigere il nuovo castello. Inoltre i prelodati dinasti promisero di difendere le nuove case con gli effetti donati; in guisa che, se fosse mai in vita loro accaduto il caso che, o per cagione di guerre, o per violenza dei ministri dei Re d’Italia, o in qualsiasi altro modo, le nuove abitazioni di Empoli fossero state dalla forza abbattute, i due conjugi Guidi si obbligavano di rifarle a loro spese.”Faceva parte di questa stessa promessa, a favore di Rolando e dei suoi successori, la difesa di tutti i possessi mobili ed immobili spettanti alla pieve d’Empoli, e a 15 chiese delle 30 succursali esistenti allora sotto la giurisdizione di quel pievano. Inoltre fu detto e giurato dai conjugi feudatarj: ch’essi giammai avrebbero ordinato, né ad altri dato licenza di edificare alcun altra cappella, badia, monastero, o cella monastica nel distretto di Empoli senza il consenso del pievano pro tempore. Una promessa simile a quest’ultima era stata fatta due anni prima allo stesso pievano dal vescovo fiorentino Gottifredo de’ Conti di Capraja, di Pontorme e di Cortenuova, con bolla spedita da Capalle li 12 agosto 1117. (LAMI. Mon. Eccl. Flor. T. IV.)

Se a cotesto documento si aggiunga l’epiteto di vecchio dato dopo quell’epoca alla contrada delle cure soppresse di S. Lorenzo, S. Donato, S. Mamante e S. Michele, tutte di Empoli vecchio, circa un miglio a ponente dal paese attuale, chi non troverà nel sopra esposto document gl’incunabuli meno che equivoci della Terra più popolata della Toscana?
Dissi 15 delle 30 chiese al secolo XII dipendenti dalla plebana d’Empoli, essendochè 30 appunto erano quelle designate nelle bolle che i pontefici Niccolò II (anno 1059, 11 dicembre) Celestino III (anno 1192, 27 maggio) e Alessandro IV (anno 1258, 3 luglio) confermarono a pievani di Empoli.
Erano della battesimale in questione le seguenti succursali:

1. S. Donnino, fra Empoli nuovo e vecchio, (annessa al capitolo d’Empoli nel 1473);
2. S. Lorenzo a Empoli vecchio, (non si conoscono le sue vestigia);
3. S. Lucia in Cittadella (esistita fra Empoli e Ripa);
4. S. Maria in Castello, (esistente sotto nome di Ripa);
5. S. Donato a Empoli vecchio, (annesso a S. Maria a Ripa);
6. S. Mamante a Empoli vecchio, (annesso nel 1442 alla seguente);
7. S. Michele a Empoli vecchio, (aggregato nel 1787 a S. Maria a Ripa);
8. S. Stefano a Cassiana, (da lungo tempo distrutta);
9. S. Cristofano a Strada, (unita a Corte Nuova);
10. S. Jacopo d’Avane, esistente;
11. S. Pietro presso il fiume Arno, ora detto a Riottoli, esistente;
12. S. Martino a Vitiana (unita alla seguente nel 1783);
13. S. Cristina a Pagnana canina, esistente;
14. S. Leonardo a Cerbajola, esistente;
15. SS. Simone e Giuda a Corniola, esistente;
16. S. Ippolito e Cassiano a Valle oltr’Arno (annessa nel 1459 a S. Maria a Petrojo);
17. S. Giusto a Petrojo (cappella unita nel 1754 alla pieve d’Empoli);
18. S. Ruffino in Padule, (da gran tempo distrutta, presso la clausura della chiesa di S. Giovanni Battista de’Cappuccini);
19. S. Jacopo a Bagnolo, (annessa a S. Donato in Val di Botte);
20. S. Frediano in Val di Botte, (presso la villa del Cotone, da lungo tempo unita alla seguente);
21. S. Donato in Val di Botte, esistente;
22. S. Maria a Fibbiana, esistente;
23. S. Michele a Lignano (annesso a S. Donato in Val di Botte);
24. S. Maria a Corte Nuova, esistente;
25. S. Martino a Pontorme, idem;
26. S. Michele nel Castello di Pontorme, idem;
27. S. Ponziano a Patrignone (cappellanìa curata nella stessa parrocchia della pieve d’Empoli);
28. S. Maria a Pagnana mina oltr’Arno, altrimenti detta a Spicchio, esistente;
29. S. Bartolommeo a Sovigliana oltr’Arno, esistente;
30. S. Maria a Petrojo oltr’Arno, esistente.

Tali sono i nomi e i luoghi delle antiche cappelle succursali d’Empoli, attualmente riunite in 15 parrocchie. Sennonché, nell’anno 1786, fu eretta una nuova cura sotto l’invocazione de’SS. Michele e Leopoldo alla Tinaja, staccata in parte dal popolo di Corte Nuova, e per il restante dalla parrocchia di Limite, in quanto alla porzione della popolazione che quest’ultima aveva sulla sinistra ripa dell’Arno. Nel 1473 il pontefice Sisto IV ordinò l’esame e approvazione dei nuovi statuti e costituzioni del capitol di S. Andrea d’Empoli; al quale capitolo l’arcivescovo di Firenze Rinaldo Orsini, con bolla spedita dal suo palazzo di Roma li 7 dicembre dell’anno 1498, concesse privilegio che fu poco dopo confermato dal pontefice Alessandro VI. In quelle due bolle venne compartito alla chiesa di S. Andrea di Empoli l’onorifico epiteto d’insigne fra tutte le collegiate della fiorentina, e di altre circonvicine diocesi; e pochi anni appresso (22 febbrajo 1531) fu quel pievano dal pontefice Clemente VII decorato del titolo di preposto, cui venne nel tempo stesso accordato l’uso del roccetto e della mozzetta paonazza.Ma ripigliando il corso delle vicende istoriche di Empoli è da sapere, che la stessa facciata della chiesa plebana, ora collegiata, fu presa per sigillo e divisa dalla sua Comunità, e che tale ancora si conserva da tempo assai remoto. Fu nel 1182, in quell’anno di carestia, che valse lo stajo di grano soldi otto, quando il Comune di Firenze intento a tenere in freno e togliere di mano ai conti e ad altri baroni le rocche e castella, dalle quali essi angariavano vassalli e passeggeri, e da dove facevano alle strade orribil guerra, fu allora, che la Repubblica di Firenze costrinse gli uomini di Empoli a prestare ubbidienza e ad esser fedeli alla capitale. Con tale atto rogato nel palazzo pubblico a Firenze, nel 3 febbrajo 1182, stile comune, gli abitanti di Empoli si obbligarono di seguire la volontà della Repubblica fiorentina in ogni guerra, eccetto contro gli antichi loro padroni i conti Guidi; e di pagare un tribute annuo di lire 50, olt re l’offerta nel giorno di S. Giovanni Battista di un cero maggiore di quello che erano già soliti di offrire gli uomini di Pontorme, in tempo che essi erano vassalli del conte Guido Borgognone di Capraja, ch’era pure il signore di Corte Nuova. – Vedere CORTE NUOVA.

Aggiungasi che, a forma di uno dei capitoli del trattato fra i Fiorentini e i Lucchesi del dì 21 luglio 1184, il Comune di Lucca si obbligò a non dar ajuto veruno ai nobili di contado, né a chicchessia, perché non fabbricassero alcun castello nella diocesi e contado fiorentino, e nominatamente dal fiume Elsa a Firenze; e che dentro quei confini i Lucchesi non potessero fare alcun’altro acquisto. (AMMIRAT. Istor. Fior. Lib. I). Il progressivo ingrandimento della Repubblica fiorentina non fece stare oziosi, né impauriti i conti e gli altri magnati di contado. Più di ogni altro si maneggiò il conte Guido Guerra II di Modigliana, il quale trovandosi al servigio di Federigo I, mentre questo re d’Italia, nel luglio del 1185, passava di Toscana, ed ebbe alloggio in Firenze, gl’insinuò a voler rintuzzare cotanta alterigia de’Fiorentini, acciò che impartissero in seguito a ubbidire e non a contrastare agl’imperatori; e essere ora il tempo opportuno innanzi che quella Repubblica prenda più forza. Non il gran fuoco, al quale ciascuno pon mente, ma la piccola favilla mal custodita esser quella che arde la casa. Perciocché, se all’acutezza degl’ingegni i Fiorentini aggiungevano la potenza, oltre le antiche aderenze ai Pontefici romani, indarno si potrebbe poi sperare giammai da alcuno imperatore o re di poter metter piede in Toscana. Le quali cose, come in gran parte pareva che fossero vere, così mossono a grandissima indegnazione il Barbarossa, a tale che da esso fu decretato si togliesse al Comune di Firenze il dominio di tutto il contado infino alle mura, privandolo d’ogni giurisdizione che sopra di esso in qualunque modo acquistato s’avesse. (AMMIRAT. Istor. Fior. lib. cit.)
Poco tempo per altro durò in questo stato umiliante la città di Firenze, stanché ad essa, nell’anno 1188, fu reso il contado, il quale estendevasi a quel tempo insino alle dieci miglia dalle mura della città. Sennonché, nel 1288, i Fiorentini avendo in loro potere molte castella, state tolte alla signoria dei vicini conti ecattani, ripigliarono l’antico pensiero di ampliare, ordinare e stabilire con legame maggiore di quello della forza le cose del contado, costituendosi in domini, e facendo giurare fedeltà come sudditi di Firenze ai vassalli dei già vinti, avviliti, o espulsi baroni della Toscana. Frattanto consideravano i Fiorentini, quanto importasse alla loro politica libertà di togliere di mano ai conti e cattani rurali i castelli e le rocche poste in situazioni ate ad impedire agli eserciti il passaggio; motivo per cui essi obbligarono i conti di Capraja e di Pontorme a ricevere I soldati della Repubblica nei loro forti; i conti Alberti di Certaldo ad abbandonare alla volontà del più forte Pogna e Semifonte; i cattani di Barberino a fare lo stesso per la rocca di Combiate, e la consorteria dei conti Guidi a cedere un maggior numero di castella. I quali dinasti conoscendo finalmente come, a voler conciliarsi il favore di una potente Repubblica, era meglio cedere per amore ciò che gli sarebbe stato d’uopo di abbandonare per forza, risolvettero di rinunziare ai loro diritti sopra molte terre e villaggi del crescente contado della Repubblica fiorentina; cui infatti per contratto pubblico, i quattro figli nipoti del Conte Guido Guerra II di Modigliana (ora gli uni ora gli altri) alienarono la loro quarta parte con ogni ragione e giuspadronato che aver potevano in Empoli, sulle chiese e sui beni di quel piviere. Il primo contratto di tale vendita fu rogato in Empoli li 6 maggio dell’anno 1255 nel palazzo vecchio de’conti Guidi presso la pieve d’Empoli. Con esso il conte Guido Guerra giuniore figlio del fu conte Marcovaldo di Dovadola, rappresentato da Guglielmo Bertaldi morto poi gloriosamente alla battaglia di Campaldino, vendè per lire 9700 al Comune di Firenze la sua parte del palazzo vecchio d’Empoli situato nella piazza del mercatale col palazzo nuovo; la porzione del padronato nella pieve di Empoli, dello spedale di S. Giovanni di Cerbajola, l’intiero padronato delle chiese di S. Martino a Vitiana, di S. Lorenzo, di S. Donato e di S. Mamante a Empoli vecchio con ogni dipendenza feudale; come pure tutti i fedeli ivi distintamente nominati, oltre l’alienazione di molti altri luoghi che per essere fuori del distretto di Empoli non starò qui a rammentare. – Vedere CERRETO GUIDI, VINCI, MONTEVARCHI e MONTEMURLO.

Il simile fu fatto per la loro quarta parte dal conte Guido di Romena, figlio del fu Conte Aghinolfo sotto il giorno 10 di settembre per la somma di lire 9000; e contemporaneamente dai due fratelli conti Guido Novello e Simone figli del conte Guido di Modigliana del fu conte Guido Guerra II, ai quali la Repubblica fiorentina si obbligò pagare lire diecimila. Finalmente l’ultima quarta parte del distretto Empolese, come anche quella di Vinci, di Cerreto Guidi, di Collegonzi, ec.. fu alienata con rogito del dì 3 agosto 1273 dal conte Guido Salvatico figlio del conte Ruggieri di Dovadola per il prezzo di lire ottomila. Tutte le quali somme i Reggitori della Repubblica fiorentina con partito del consiglio generale divisero fra le rispettive popolazioni e castelli venduti, accordando a quei popoli facoltà di rivalersene nell’imposizione prediale, ossia della Lira. (P. ILDEFONSO. Deliz. degli Erud. Toscani. T. VIII.) Non erano scorsi ancora sei anni dacché fu concluso in Empoli (nel dì primo di febbrajo 1255, stile comune) un trattato di pace fra i Comuni di Firenze, di Lucca e di Prato da una parte, e quello di Pistoja dall’altra, quando i capi Ghibellini reduci dalla battaglia di Monte Aperto scelsero Empoli, come luogo più centrale, per tenervi la famosa dieta, nella quale si progettò di disfare la città di Firenze, e costruirne una nuova in Empoli. Lo che sarebbe forse avvenuto senza l’insistente opposizione di Farinata degli Uberti. Imperrocché egli solo fu quello che contro l’opinione concorde dei primi: capi delle città di Firenze, Pisa, Siena, Arezzo, e Pistoja, de’conti, signori e baroni della Toscana intervenuti a quel memorabile parlamento, egli solo con indegnazione d’animo si oppose a far fronte a cotanta scellerata proposta, perché la vittoria dell’Arbia non producesse un frutto sì funesto da esser la rovina della patria sua. Un altro parlamento ebbe luogo nella pieve d’Empoli, nell’anno 1295, dopo la cacciata da Firenze di Giano della Bella, per trattare di una lega Guelfa contro i nemici della Chiesa, cioè contro i Ghibellini. La quale lega fu conclusa per un decennio, a comiciare dal primo di giugno di quell’anno, fra i Comuni di Firenze, di Lucca, di Siena, di Prato, di S. Gimignano e di Colle, lasciando luogo a Pistoja e agli altri Comuni di parte Guelfa della Toscana. Molte altre volte la Terra di Empoli fu destinata per la sua centralità, come il muogo più opportuno, per i congressi politici, sia, allorché nel 1297, e di nuovo nel 1304, si riconfermò alla lega Guelfa della Toscana; sia quando nel 1312 il governo di Firenze, aspettandosi alle mura della città l’esercito di Arrigo VII, con gli ambasciatori di Lucca, di Siena, di Bologna, di altre città e terre di parte Guelfa, per mezzo di ambasciatori riuniti nella pieve d’Empoli concluse alleanza e discusse il modo di resister a quell’imperante. Non si può con dati certi asseverare, se la costruzione delle prime mura castellane di Empoli risalga al secolo XII, siccome lo danno a congetturare le espressioni del documento del 1119 di sopra accennato, quando i conijgi Conti Guidi concessero agli uomini del piviere d’Empoli terreno sufficiente a fabbricare intorno alla pieve il loro domicilio e tanto luogo per difendere il paese di Empoli nuovo mediante un castello. Si può bensì con qualche ragionevolezza arguire, che le prime mura castellane di Empoli non fossero di una grande solidità tosto che non si ritrovarono i suoi fondamenti più profondi di due braccia sotto il piano attuale, che è da quell’epoca molto più elevato; o tosto che quelle mura non furono atte a resistere all’impeto della piena dell’Arno accaduta nel 1333, per cui restarono in gran parte atterrate. (GIOVANNI VILLANI. Cronic. Lib. XI. C. I.)

Tale sventura fu apprezzata dalla Repubblica fiorentina, la quale con sua deliberazione del 1336, poco dopo l’escursione ostile fatta sul territorio Empolese dal fuoriuscito Ciupo degli Scolari capitano di Mastino della Scala, provvide al rifacimento delle mura di Empoli e di Pontorme, concedendo a quei popoli, per sostenere le spese, alcune temporanee franchigie ed esenzioni da dai pubblici aggravj. Si potrebbe credere, che una tal provvisione pel rifacimento delle mura di Empoli volesse riferire solamente a riparare la porzione danneggiata dal diluvio del 1333, mentre si conta un epoca più recente della edificazione del secondo cerchio delle stesse mura, cominciando dal 1479, epoca che trovasi registrata in un atto del magistrato degli Otto, e proseguita nel 1487, siccome apparisce dall’iscrizione sopra la Porta Pisana, comecché tale costruzione continuasse anche qualche anno dopo. Il cerchio delle antiche mura di Empoli, sebbene alquanto più ristretto di giro, era come quello attuale di figura quasi rettangolare, munito a intervalli di torri, con 4 porte, nel modo che lo da a conoscere fra le superstiti, una delle porte posta a ponente presso quella pisana e una di quelle torri situata nell’angolo fra ostro e levante presso l’attuale spedale, già l’antica fortezza. Fu quest’ultima opera di Cosimo I, per ordine del quale la Terra di Empoli venne circondata di nuovi ripari, di argini e baluardi e risarcito il secondo cerchio delle sue mura. Da questo i coraggiosi Empolesi avrebbero saputo meglio affrontare e respingere le truppe Teutonico-Ispano-Papali, che dall’assedio di Firenze Alessandro Vitelli e D. Diego Sarmiento nel maggio del 1530 condussero ad assalire la loro patria, se fosse stata minore la dappocaggine di Piero Orlandini e di Andrea Giugni, lasciati dal bravo Ferrucci alla guardia di Empoli contro gli assalitori. Di un tale avvenimento, che a confessione dello storico Segni in gran parte dette perduta la guerra ai Fiorentini, Empoli conserva la memoria sulle mura di un bastione dalla parte dell’Arno, che ha tuttora le impronte delle palle dell’artiglieria del generale spagnolo Sarmiento. (Relazione di un ANONIMO EMPOLESE contemporaneo presso il LAMI. Hodoepor.)
Ai tristi effetti della guerra e del sacco si aggiunge altra non meno grave calamità che fece grandissima strage in quest’istesso anno 1530 nella campagna e dentro la Terra di Empoli, cioè, la peste; alla quale per colmo di misura venne ben tosto dietro una terribile carestia. L’assedio e presa di Empoli può riguardarsi come l’ultimo avvenimento storico di questa Terra, se non si volesse tener conto di una macchinazione segreta tenuta durante la guerra di Siena dai nemici del governo Mediceo per consegnare Empoli ai Francesi, pagata col taglio della testa da Gherardo Adimari, e da Taddeo da Castiglione. Stabilimenti destinati al culto. –

Qualora si contempla Empoli sotto l’aspetto dei suoi edifizj sacri e profani, di beneficenza, d’istruzione e di pubblica comodità non deve sorprendere, se alcuni autori di geografie universali supposero questa Terra una piccola città, comecché dovria recare maraviglia di leggere in un’opera di geografia tradotta a’tempi nostri in Italia, Empoli designata città, e sede vescovile. Fra i sacri tempj il più ragguardevole per tutti i rapporti è la chiesa collegiata, la di cui esterna facciata conserva in gran parte la forma che gli fu data nel 1093. Fu essa restaurata e nella attual forma internamente ridotta nel 1738, cioè un secolo dopo che fu fatto il coro, e pochi anni prima che restasse coperta (nel 1763) la soffitta. Contiguo alla collegiata è l’antico battistero di S. Giovan Battista con due tavole rappresentanti i SS. Giovanni e Andrea contitolari della primitiva pieve di Empoli. Le storie del martirio di S. Andrea dipinte nei gradini dell’altare sono attribuite al Ghirlandajo, mentre il fonte battesimale di marmo bianco è dell’anno 1447. Tre pezzi di eccellente scultura si trovano nella stessa collegiata, cioè, una statua di S. Sebastiano del Rossellino, un basso rilievo rappresentante la Madonna, che si dice di Mino da Fiesole, e il tripode, che sostiene la pila dell’acquasanta a mano sinistra del maggiore ingresso, col nome del famoso Donatello di Firenze. Fra le opere di pittura sono da rammentarsi un affresco rappresentante S. Lucia alla sua cappella, opera di Giotto, che si crede anche l’autore di alcuni quadretti situati nell’altare della compagnia di S. Andrea; un S. Tommaso d’Jacopo da Empoli; il Cenacolo del Cigoli nella compagnia del Corpus Domini; e una tela che rappresenta la visione di S. Giovanni Evangelista opera del Ligozzi nel 1622. Seconda per antichità e ampiezza ci si offre la chiesa di S. Stefano, che fu dei frati Eremitani di S. Agostino. I quali religiosi sino dal secolo XIII avevano un convento nel subborgo occidentale di Empoli, contiguo alla distrutta chiesa di S. Maria Maddalena. – In grazia del terreno ottenuto per deliberazione del 2 luglio 1367 dal magistrato degli Otto, ossia degli otto ufiziali delle castella e fortezze del Comune di Firenze, quei frati eressero dentro Empoli il nuovo claustro e la grandiosa chiesa di S. Stefano, dove si mantennero sino al 1808, epoca della loro soppressione. Trovasi costà una tavola della Presentazione al tempio, opera dell’Empoli, e una della Natività di N. S. dipinta dal Passignano, oltre varj a fresco del Volterrano, e quelli di non inferiore autore che furono barbaramente imbiancati e scrostati, all’ingresso della chiesa. Un quadro del Cigoli esprimente l’Esaltazione della Croce è da vedersi nella chiesa di S. Croce delle Benedettine, ossia delle Monache vecchie.
Sono così chiamate, per ragione dell’anzianità del loro convento a confronto di un altro di Domenicane. Vennero le prime in Empoli, nel 1513, dal monastero di S. Brigida esistito nel subborgo (ERRATA: meridionale) occidentale presso il primo convento degli Agostiniani; mentre l’altro monastero di Domenicane sotto l’invocazione della SS. Annunziata fu costruito, fra il 1631 e il 1633, per disposizione testamentaria di Cosimo di Domenico Sandonnini di Empoli, e nel 1785 dal Gran Duca LEOPOLDO I ridotto a conservatorio, affinché quelle claustrali si prestassero all’educazione e istruzione delle fanciulle. Tre altri conventi di religiosi contava Empoli fuori del paese innanzi che fosse soppresso quello dei Padri Carmelitani a Corniola. Gli altri due di mendicanti esistono tuttora; uno è dei Padri Francescani minori Osservanti, situato a S. Maria a Ripa fuori di porta a Pisa, e l’altro dei Cappuccini sulla strada di Monterappoli, che è due terzi di miglia a ostro di Empoli. I primi Zoccolanti furono chiamati nel 1484 dagli Adimari di Firenze, che lor cederono i beni e il giuspadronato della chiesa di S. Maria a Ripa; i Cappuccini vennero nel 1608 nel convento fabbricato da Giovanni di Benedetto Giomi da Empoli sul suolo donato dalla famiglia nobile degli Alessandri di Firenze, mentre l’empolese Tommaso di Gio. Del Greco faceva circondare di muro l’orto della clausura. Stabilimenti di beneficenza, d’istruzione e di pubblica utilità.

Empoli ha un ricco Monte Pio fondato nel 1570 con regolamento, nel mese di dicembre di quell’anno stesso, dal Granduca Cosimo I approvato. Gli assegnamenti per tale azienda, piccoli in principio, andarono progressivamente aumentando, in guisa che adesso il Monte Pio di Empoli ha un capitale di circa 50,000 scudi, oltre qualche altra rendita fondiaria. Arroge a ciò, che molti dei suoi avanzi servirono, e sono costantemente erogati in oggetti di pubblica utilità.

Ospedale di Empoli. – Varj ospizi contava Empoli nei secoli trapassati, uno in via de’ Guiducci, nel luogo dove fu eretto il monastero di S. Croce, e l’altro nel borgo occidentale intitolato a S. Maria delle Grotte, oltre quelli di S. Leonardo a Cerbajola e di S. Lucia a Pietrafitta. Ma questi spedaletti piuttosto che giovare ai terrazzani per ricrovarli nei casi di malattia o di miseria, servivano di refugio ai bianti, che con il passaporto di un bordone e di un sanrocchino sulle spalle, girando per il mondo, cercavano di campare la vita alle spalle di chi voleva lucrarsi il pane col suo sudore. Decretata nel 1750 la soppressione di simili ospedali, meno quello di S. Lucia a Pietra fitta, e i loro beni aggregati allo spedale di Bigallo di Firenze, la Comunità di Empoli rivolse le sue cure all’erezione di un più vasto, più utile e meglio organizzato refugio ai poveri malati del suo distretto. Il magistrato civico acquistò a tal uopo dalla casa Dazzi l’antica fortezza eretta o ingrandita da Cosimo I; in guisa che quel locale, che fu destinato alla distruzione dell’umana specie, videsi dal 1746 al 1765 convertito nell’asilo degl’infermi, nel tempio della salute con ben inteso disegno dell’architetto fiorentino Mannajoni. Supplì alla spesa della fabbrica, siccome in parte supplisce al mantenimento dei malati un’annua entrata di 600 scudi che cavasi dall’eredità del celebre scrittore e archiatro dott. Giuseppe Del Papa. Quest’uomo benefico che lasciò il vistoso suo patrimonio si 90,000 scudi a pubblico benefizio degli Empolesi, questo cittadino generoso fu per la sua patria un altro Lazzaro Fei, in lode del quale Arezzo tributa annualmente una ben meritata orazione. E forse il dott. Del Papa superò il Fei benefattore della Fraternita Aretina in quanto che, oltre l’erezione e mantenimento dello spedale sostenuto in gran parte dall’eredità Del Papa e dai recenti vistosi lasciti dei due fratelli empolesi Lorenzo e Pietro Fensi, si cavano dalla sua eredità ogn’anno 30 doti di scudi 25 l’una per le fanciulle della Comunità di Empoli, e si mantengono quattro posti di studio, due per cinque anni a favore di giovani secolari nelle Università di Pisa o di Siena, e due per sei anni a favore dei chierici nei seminarj arcivescovili del Gran Ducato. Né minore è il benefizio che dalla disposizione testamentaria del dott. Del Papa risentono i preti di Empoli, mentre a ciascuno di loro, tanto canonici quanto cappellani, aumentò di un mezzo paolo l’elemosina giornaliera della messa senza obbligo di applicazione; e finalmente raddoppiò l’onorario di 73 scudi che fino allora ritirava il maestro di scuola della Comunità, per cui potè eleggersi un sotto-maestro. Il numero dei maestri di scuola fu recentemente aumentato con gli assegnamenti sugli avanzi fatti dal Monte Pio. Le nuove scuole comunitative vennero aperte nel 1820 nel soppresso convento dei Padri Agostiniani, distribuite in quattro cattedre; la prima per la logica e geometria elementare; la seconda per l’umanità e la retorica; la terza per la grammatica; e la quarta per la calligrafia e l’aritmetica.

L’industria cui per indole e per favorevole posizione sono dediti gli Empolesi, esigerebbe anche un buon maestro di tecnologia confacente ai progressi economici delle loro più utili manifatture; e per la scuola di calligrafia e aritmetica un metodo più adatto alla moltitudine dei fanciulli che vi concorre. Tutti i maestri sono eletti dal magistrato comunitativo, mentre alla disciplina delle scuole e alla parte economica sorvegliano due deputati. In quanto all’istruzione delle fanciulle, essa è affidata alle Domenicane del conservatorio della SS. Annunziata poco sopra rammentate. Annessa alle scuole pubbliche esiste una copiosa libreria, corredata di classici, sebbene il maggior numero sia di argomento ecclesiastico. Questi ultimi appartennero al ch. Empolese Giovanni Marchetti vescovo di Ancira, dai di cui nipoti ed eredi li acquistò il signor Giuseppe Bonistalli attuale preposto della collegiata per farne dono al pubblico, siccome apparisce da un’iscrizione in marmo fatta porre nel vestibolo dal magistrato civico di Empoli. Una ricca collezione di MSS. fu lasciata nel 1491 alla sua patria dal benemerito pievano Giovanni di Andrea Malepa, ma quei libri si dissiparono durante il sacco e la peste dell’anno 1530; siccome all’età nostra con maggior danno ancora sono state dissipate, o rose affatto dai topi, le bolle pontificie e tante altre preziose pergamene dell’archivio della collegiata!!

Empoli conta pure un’accademia letteraria in più tempi risorta e illanguidita. La più antica, che risale al secolo XVII, appellossi l’accademia delle Cene. Trovavasi in somma decadenza e quasi che spenta, quando essa nel 1710 fù rinnovata col titolo che tuttora porta dei Gelosi- Impazienti. Ma essendo ancor questa caduta in abbandono, nel 1751 venne nuovamente ripristinata da 20 individui, aumentati nell’anno 1816 sino al numero di 36, e scelti dalle famiglie più rispettabili della Terra. Annesso alle stanze dell’accademia fu eretto sino dal 1691 il primo teatro dalla famiglia Neri che lo cedè, nell’anno 1710, agli accademici; per conto dei quali fu in diversi tempi accresciuto, e finalmente, nel 1818, fabbricato di nuovo con elegante disegno dell’architetto fiorentino cavaliere Luigi Digny. Fra le istituzioni tendenti alla cultura e decoro del paese si annovera sino dal 1804 un’accademia di Filarmonici, composta di 28 sonatori, che nel 1805 prese il nome di banda militare addetta al corpo dei cacciatori della capitale. L’edifizio pubblico il più recente di Empoli è la fonte della piazza del mercato.

Essendochè conta appena cinque anni dacchè zampilla perenni e copiose acque potabili, condotte dalle colline di Samontana, di sopra a una vasca sorretta da 3 ninfe, e contornata da una gradinata ornata di 4 leoni sugli angoli, che gettano altrettante fonti. La quale opera tutta di marmo di Carrara fu disegnata dall’architetto fiorentino Giuseppe Martelli, e le tre figure modellate dallo scultore fiorentino Luigi Pampaloni. Non dirò dell’edifizio grandioso destinato per due secoli al magazzino generale del sale, se non per rammentare, che da questo stabilimento ricevè incremento sempre maggiore il commercio di Empoli per la concorrenza di tante vetture e persone che costà venivano a provvederlo da quasi tutto il Granducato.

Né dirò del palazzetto con portico situato nella piazza del mercato di fronte al pretorio, la cui facciata conserva pitture storiche a buon fresco di mediocre autore, se non per avvertire il curioso essere fama, che in cotesta casa si adunasse il parlamento dei Ghibellini dopo la sanguinosa battaglia, che fece scorrer l’Arbia in rosso; comecchè la sala di tutti gli altri congressi politici tenuti in Empoli fosse la chiesa della pieve di S. Andrea. Dirò bensì che nella casa medesima venne alla luce nel 1648 Giuseppe Del Papa, l’ultimo archiatro della dinastia Medicea, il più dotto e il più benemerito cittadino che contare possa Empoli nel suo secolo. Diceva il più dotto del suo secolo, pensando alla lista numerosa di Empolesi che in più tempi si resero illustri in varj rami dello scibile umano, con cura stati raccolti dal dott. Bartolommeo Romagnoli d’Empoli, e da Domenico Maria Manni pubblicati. (Sigilli Antichi. T. XV.) Fra gli uomini più valenti, senza togliere a Pontorme il suo Alessandro Marchetti, furono da Empoli diversi professori dello Studio pisano e di quello fiorentino. Fra i quali Domenico Vanghetti, Leonardo Giachini, Giachino Sandonnini e Anton Francesco Giomi, che lessero nell’Università di Pisa, mentre nello Studio fiorentino dettarono i professori Francesco Vannozzi e Giuseppe Romagnoli. Fu pure nativo di questa Terra un coraggioso viaggiatore, Giovanni di Leonardo o di Lodovico da Empoli, il quale lasciò una descrizione dell’Isola dell’Ascensione, scoperta nel 1501, e visitata per la seconda volta, mentre il preaccennato Giovanni accompagnava, nel 1503, Alfonso Alburquerque all’Indie.

Nella pittura primeggiò Jacopo di Chimenti da Empoli, conosciuto col nome della sua patria. Nella poesia si distinsero Pier Domenico Bartolini, autore del Ditirambo Il Bacco in Boemia; e Ippolito Neri, che stampò fra le altre sue rime il burlesco poema, in cui si Canta l’eccelsa e singolare impresa di Sanminiato e il capitan Cantini, che, nel 1397, riportava da quella Terra per trofeo un chiavistello, il quale a similitudine del catorcio di Anghiari fu appeso al palazzo pretorio di Empoli, dove si mostra tuttora. Alla serie degli uomini illustri empolesi pubblicata dal Manni molti altri sono da aggiungere, fra quelli che vissero dal 1744 all’epoca odierna.
Sennonchè io mi limiterò a due individui che hanno lasciato un nome alla posterità, voglio dire, del dott. Vincenzio Chiarugi, e di mons. Giovanni Marchetti, entrambi autori di applaudite opere nella loro professione; e se non fosse mancato in troppo verde età, occupato, avrebbe un posto distinto Giuseppe Salvagnoli. – Vedere CORNIOLA. Comunità di Empoli. –
Il territorio di questa Comunità abbraccia una superficie di 18150 quadrati, 897 dei quali sono presi da corsi di fiumi, di torrenti, di fossi e da pubbliche strade. Nell’anno 1833 vi stanziavano 13095 abitanti, corrispondenti a 609 individui per ogni miglio quadrato di suolo imponibile. Confina con 8 Comunità. Dalla parte di settentrione mediante il fiume Arno ha di fronte le Comunità di Cerreto Guidi, di Vinci e di Capraja, a partire cioè da Bocca d’Elsa rimontando con la Comunità di Cerreto l’Arno sino alla confluenza del torrente Streda, dopo aver passato alla Motta sopra il nuovo ponte dell’Arno. Dal torrente Streda sino alle Grotte, al di sopra della chiesa di Spicchio entra a confine la Comunità di Vinci, e più oltre quella di Capraja sino dirimpetto allo sbocco del fosso di scolo di Fibbiana. A questo punto il territorio di Empoli piega da settentrione a levante entrando nel fosso di scolo prenominato, il quale serve di limite fra la Comunità di Empoli e quella di Montelupo, con la quale la prima si accompagna dal fosso di Fibbiana nella strada Regia fiorentina, e di là nella così detta Viaccia, per la quale entra nella strada Maremmana. Lungo quest’ultima le due Comunità, camminando di conserva nella direzione di libeccio, passano per Prunecchio, e di là nel rio di S. Donato in Val di Botte, sino a che lo abbandonano per entrare nel borro delle Grotte. A questo punto cessa la Comunità di Montelupo e subentra quella di Montespertoli, con la quale attraversa la strada che dal Botinaccio conduce alla villa del Poggiale per scendere di là nel fosso del Torrino, poscia in quello della Leccia, col quale passa nel torrente Orme. E rimontando quest’alveo per breve tragitto sino alla confluenza del rio del Vallone, la Comunità di Empoli, rivolta a ostro, scorre lungo il rio stesso del Vallone, poscia per quello di Camarilli entra nel piccolo torrente Ormicello, dove trova la Comunità di Castel Fiorentino. Con quest’ultima quella di Empoli scende insieme per l’Ormicello sino al fosso di Ontana, rimontandolo alquanto innanzi di trapassarlo per entrare nella via detta Salajola; lungo la quale attraversa la collina di Monterappoli sino alla strada Regia della Traversa, che oltrepassa per giungere, mediante il rio di Canneto, nel fiume Elsa. Il qual fiume divide costà dal lato di libeccio la Comunità di Empoli da quella di Montajone sino di faccia al borghetto di S. Andrea, dove sottentra per il fiume stesso la Comunità di Sanminiato, con la quale ritorna in Arno a Bocca d’Elsa.

Dal descritto perimetro territoriale della Comunità di Empoli si conosce quanto poco esso differisca da quello che sino dal secolo XIII costituiva la Lega di Empoli. Intendo dire una delle 76 suddivisioni militari del contado fiorentino da noi già avvertita all’articolo BAGNO a RIPOLI Comunità; allorchè si accennò, che quest’ordine di milizia fu organizzato nel 1260, in guisa che in ciascun anno per la pasqua di Pentecoste, con gran pompa, giuochi e popolari tornei si conferivano ai capitani dei giovani coscritti le bandiere e insegne della rispettiva Lega, o Contrada. Sebbene oggi manchino a me dati da accertarlo, ho però un gran dubbio che le feste popolari del saracino, della cuccagna, della corsa, del giuoco delle bandiere, e quella del volo dell’asino, praticate in Empoli nel giorno del Corpus Domini, e residuate attualmente al palio alla lunga e al volo dell’asino, lanciato dalla cima del campanile della collegiata, ho gran dubbio, io diceva, che tali feste popolari rimontino all’epoca dell’elezione degli ufiziali della Lega dei tre Comuni di Empoli, Pontorme e Monterappoli. Infatti il sigillo della stessa Lega, illustrato dal Manni (Sigilli Antichi, T. X.), comprendeva le divise dei tre Comuni suddivisati. La qual Lega era formata di 24 popoli; cioè, 13 parrocchie del Comune di Empoli, 7 di quello di Pontorme, e 4 del Comune di Monterappoli. Il suo territorio, non solo sotto il regime della Repubblica fiorentina, ma ancora sotto i Granduchi della casa Medici, costituiva pel civile la potesteria di Empoli, allora dipendente per gli atti di polizia e criminali dal vicario di Certaldo.

All’articolo ARNO, (volume I, pag. 140) fu dato un breve cenno sulla struttura geognostica del bacino della Valle dell’Arno inferiore, nel cui centro è situata la Comunità di Empoli, quando dissi, che essa Valle trovasi fiancheggiata da due linee di poggi coperti da terreni di natura affatto diversa fra loro; cioè, dal lato dell’Appennino, dai terreni secondarii stratiformi di grès antico, (macigno) di calcareo appenninico (alberese) e di schisto argilloso (bisciajo). I quali terreni, verso la base meridionale dei suoi contrafforti, (com’è Mont’Albano) restavano coperti da immensi banchi di ciottoli e ghiaja di natura consimile alle tre rocce preaccennate; mentre che nell’opposto lato dello stesso bacino, fra osro e ponente, si fanno innanzi le colline formate di terreno terziario conchiglifero. Più specificatamente poi agli articoli CAPRAJA, e CERRETO GUIDI, Comunità (volume I pag. 464 e 664), in proposito della descrizione del loro suolo, aggiungasi: che i colli di Capraja possono dirsi collocati sulla linea di transizione fra le rocce stratiformi secondarie (macigno, alberese, bisciajo) e le marne terziarie marine, mentre alla base delle colline medesime serve di bordo il terreno di alluvione con un profondo banco di ciottoli e di grosse ghiaje depositate dai fiumi. La conferma di un tal vero s’incontra nel territorio della Comunità in esame, sia che egli si contempli presso gli orli settentrionali lungo l’Arno a partire dalle colline di Collegonzi sino a Colle Alberti, sia che si osservi dalla parte della vallecola dell’Orme sino al di là dei colli di Monterappoli, luoghi coperti tutti di marna cerulea conchigliare consimile a quella che forma l’ossatura delle colline subappennine nella Toscana granducale. Altronde la pianura di Empoli, posta fra le due sopraindicate diramazioni di colline, è stata profondamente colmata dalle deposizioni trascinate costà dal fiume Arno, che di secolo in secolo rialza con il suo letto quello del circostante bacino, siccome da un canto apparisce dall’impiantito delle antiche fabbriche di Empoli, tre in quattro braccia più basso del piano attuale, e dal nome di padule restato a un insenatura a pié del colle di Corniola. Fra i maggiori corsi d’acqua che attraversano, o che lambiscono il territorio di questa Comunità, contasi il fiume Arno, il di cui alveo, a guisa di due segmenti di cerchio, uno concavo l’altro convesso, lo costeggia sul lato di settentrione, mentre il fiume Elsa gli serve di limite dal lato di occidente, e il fiumicello Orme con i suoi influenti Ormicello e Piavolo lo percorre nella direzione di ostro a settentrione. – Quasi tutti gli altri corsi d’acqua, piuttosto che rivi, sono altrettanti fossi di scolo per mantenere asciutto, sano e fruttifero il piano di Empoli, massimamente fra l’Orme e il fosso di Fibbiana; lo che non avverrebbe senza il concorso di tali operazioni. È incerto se le acque del fiumicello Orme un dì impaludassero in Val di Botte; sibbene quelle che scolavano dalla collina del Cotone, siccome lo provano i nomignoli di pantaneto e di padule conservati a una porzione di cotesta pianura presso i Cappuccini. Anche l’Arno (il cui livello avanti a Empoli fu riscontrato 46 braccia superiore a quello del mare Mediterraneo), in qualche luogo biforcando lasciava un’isola in mezzo. E bipartito un dì egli scorreva davanti a Empoli sino al distrutto mulino, dov’è l’isola del Piaggione: e forse anche fra Limite e Corte nuova, innanzi che i Granduchi Medicei, prosciugando e colmando l’antico letto che appellasi Arno vecchio, creassero colà la Regia tenuta della Tinaja. – Vedere TINAJA nel Val d’Arno inferiore.

A tanti bonificamenti dell’Arno sarebbe da desiderarsi che fosse aggiunto un pignone a gradinate davanti la Terra di Empoli per un più facile accesso ai navicelli, onde con più fidanza la posterità potesse credere, che costà veramente fu la stazione del Porto sull’Arno dei tempi romani, e l’Emporio mediterraneo dell’Etrusca regione. Non solamente la favorevole località, ma ancora le facili comunicazioni e le strade rotabili, che per varie direzioni fanno capo a Empoli, sono altrettanti mezzi incentivi delle industrie e l’anima del commercio di questo piccolo Livorno mediterraneo. Oltre le due strade Regie postali, la pisana che passa per Empoli, e la strada traversa o Francesca di Val d’Elsa, si contano altre vie rotabili; fra le quali la strada detta lucchese, che staccasi dalla Regia pisana all’oratorio di S. Rocco nel subborgo occidentale di Empoli, e che si dirige sull’Arno circa mezzo miglio a levante del ponte nuovo; la via appellata di sotto i colli, perché tracciata sul fianco delle colline che contornano da scirocco a libeccio il territorio Empolese, da Monte Lupo per Samontana a S. Donato in Val di Botte, e di là per le ville del Cotone, di Corniola e di Pianezzole. Giunta al luogo del Terrafino attraversa la strada Regia pisana per incamminarsi sull’Arno al di sopra di Bocca d’Elsa, dove trova il nuovo ponte fatto costruire, tra il 1833 e 1835 da una società anonima col disegno e direzione dell’ingegnere pisano Ridolfo Castinelli. Questo ponte, che non è ancora stato descritto, è situato tra il navalestro della Motta e quello di Bocca d’Elsa presso il luogo dove fa capo nella ripa destra la strada che staccasi sotto Fucecchio dalla Francesca. Esso riposa sopra 6 piloni di materiale, che sostengono 7 archi, ai quali è sovrapposto un piano di travi di querce, della lunghezza di 251 braccia e di braccia 11 di larghezza compresa la cornice. Ogni pila è fondata sopra una solida palizzata composta di 158 pali e di una doppia graticciata di travette di pino. La larghezza delle pile nei fondamenti è di braccia nove; sopra fondamento di braccia 6, e di braccia 4 all’impostatura degli archi. La loro altezza dalla prima risega al piano stradale ragguaglia a braccia 16. Le fiancate, che sono basate sopra 240 pali e sulla stessa doppia graticciata delle pile, hanno muri ad ala con una scarpa esterna di 1/2 braccio per ogni braccio di altezza. Solida non meno che ingegnosa è la costruzione delle arcate con 24 braccia di corda, stanteché sono composte di quattro cavalletti per cadauna; e ogni cavalletto è armato di puntoni, di puntoncini, di sproni, di asticciuole, ec. collegati fra loro mediante catene di ferro e di legno, che formano nell’insieme n° 90 pezzi di querce corrispondenti a 570 braccia lineari. Cosicché tutta la trabeazione del ponte si compone di n° 630 travi facenti tutt’insieme la somma di lineari br. 3990. Sopra le asticciuole de’cavalletti posa un impiantito di travette di pino ben connesse e incatramate con suo gocciolatojo nella cornice; il quale impiantito è coperto da uno strato di solido smalto, e quindi da una massicciata alla Macadam. Le spallette, formate di legname e di ferramenti, hanno per soccorso due canapi di filo di ferro, già serviti con ingegnoso trovato alla più facile formazione dei ponti provvisorj. Sarebbe desiderabile, e forse non passerà gran tempo, che una strada più diretta di quella detta lucchese, portasse da Empoli al Ponte nuovo.

Dalla qualità e giacitura del terreno costituente la Comunità di Empoli, si può arguire quali possano essere le principali produzioni agrarie della Comunità di Empoli; grano, cioè, vino comune, granturco, legumi, ortaggi e canneti nella più bassa pianura; olio, vino più scelto, gelsi, paglia da cappelli e frutta pomifere nelle colline che fanno da spalliera alla pianura d’Empoli dal lato australe e di libeccio. Rapporto alla dolcezza del clima, rammenterò la sentenza del Targioni, che non si credeva punto obbligato a Farinata degli Uberti, perché egli solo a viso aperto, al congres so Ghibellino del 1260, impedì che si disfacesse Firenze e che gli abitanti si trasportassero a Empoli. Tanto quel valent’uomo considerava migliore la posizione, più sana e più fertile la pianura Empolese; dove ogni sorta di produzione agraria è precoce relativamente ai contorni di Firenze; siccome lo provano le primizie di erbaggi e di legumi che da Empoli alla capitale si recano nelle opportune stagioni. Alla ricchezza del suolo accoppia Empoli quelle che i suoi abitanti si procurarono mediante diversi rami d’industria. Fra le quali industrie si numerano quattro fabbriche di telerie di cotone, che unitamente ad altre telaja di privati pongono annualmente nel commercio 50000 braccia di tela; quattro conce che forniscono per anno 30000 cuoja; nove fabbriche di paste; cinque di buoni cappelli di feltro; una fornace di vetri, una di majoliche, e quattro di materiali da costruzione. Si fa inoltre un esteso commercio di paglia da cappelli, tanto greggia quanto lavorata, la quale suole ammontare annualmente a 7 in 800000 libbre. Un vistoso numero di vetture per baratto di quelle che partono da Firenze per Livorno, o per Pisa e viceversa, i molti carri per il trasporto del sale alle comunità limitrofe e per il concorso settimanale al mercato di Empoli e più spesso al Monte Pio (che è il solo fra Firenze e Pisa) sono altrettanti mezzi di risorsa per molti artigiani, e per varie classi di persone di cotesto paese. Ogni giovedì si fa in Empoli un mercato di grandissimo concorso, che sembra una fiera. Cade bensì una grossa fiera annuale nel giorno 24 di settembre. La Comunità mantiene in Empoli due medici e due chirurghi. Risiedevano in Empoli da tempo remotissimo i potestà, fra i quali due sono di gran rinomanza per altro aspetto: cioè, Michele di Lando che, dopo la rivoluzione dei Ciompi, si prese la potesteria di Empoli, e Francesco Ferrucci capitano famoso, che tenne il governo civile e militare di Empoli poco innanzi che si estinguesse con lui la Repubblica fiorentina. Nel 1772 il Gran Duca LEOPOLDO I innalzò la potesteria d’Empoli al grado di Vicariato di 4 classe con la giurisdizione civile e criminale su tutta la Lega di Empoli, e per il criminale soltanto sulla potesteria di Cerreto Guidi. In seguito, essendo stata quest’ultima assoggettata al vicariato di Fucecchio, fu assegnata al Vicario di Empoli la giurisdizione criminale sulla potesteria di Montelupo. Trovasi in Empoli la cancelleria comunitativa, la quale serve anco per le comunità di Cerreto Guidi, di Vinci, di Montelupo e di Capraja. – Trovasi pure in Empoli l’ufizio per l’esazione del Registro. La Ruota è a Firenze.

QUADRO della popolazione della Comunità di EMPOLI a tre epoche diverse.
– nome del luogo: Avane, titolo della chiesa: S. Jacopo (Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 162, abitanti 1745 n. 378, abitanti 1833 n. 598
-nome del luogo: S. Fiore alla Bastia, titolo della chiesa: S. Stefano (Rettoria), diocesi cui appartiene: Sanminiato, abitanti 1551 n. 159, abitanti 1745 n. 237, abitanti 1833 n. 422
-nome del luogo: Brusciana, titolo della chiesa: S. Bartolommeo (Rettoria), diocesi cui appartiene: Sanminiato, abitanti 1551 n. 202, abitanti 1745 n. 181, abitanti 1833 n. 396
-nome del luogo: Cerbajola, titolo della chiesa: S Leonardo (Prioria con Battistero), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 117, abitanti 1745 n. 137, abitanti 1833 n. 165
-nome del luogo: Corniola, titolo della chiesa: SS. Simone e Giuda (Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 118, abitanti 1745 n. 156, abitanti 1833 n. 216
-nome del luogo: Corte Nuova, titolo della chiesa: S. Maria (Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 308, abitanti 1745 n. 527, abitanti 1833 n. 606
-nome del luogo: EMPOLI, titolo della chiesa: S. Andrea (Prepositura e Insigne Collegiata), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 1731, abitanti 1745 n. 2642, abitanti 1833 n. 5548
-nome del luogo: Marcignana, titolo della chiesa: S. Pietro (Rettoria), diocesi cui appartiene: Sanminiato, abitanti 1551 n. 105, abitanti 1745 n. 187, abitanti 1833 n. 307
-nome del luogo: Monterappoli, titolo della chiesa: S. Giovanni Evangelista (Pieve), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 284, abitanti 1745 n. 458, abitanti 1833 n. 887
-nome del luogo: Monterappoli, titolo della chiesa: S. Lorenzo (Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 195, abitanti 1745 n. 246, abitanti 1833 n. 430
-nome del luogo: Pagnana e Vitiana, titolo della chiesa: S. Cristina (Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze,abitanti 1551 n. 194, abitanti 1745 n. 282, abitanti 1833 n. 538
-nome del luogo: Pianezzole, titolo della chiesa: S.Michele (Rettoria), diocesi cui appartiene: Sanminiato,abitanti 1551 n. 114, abitanti 1745 n. 225, abitanti 1833 n. 320
-nome del luogo: Pontorme, titolo della chiesa: S. Martino (Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551n. 289, abitanti 1745 n. 233, abitanti 1833 n. 319
-nome del luogo: Pontorme, titolo della chiesa: S.Michele (Prioria con Battistero), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 362, abitanti 1745 n. 415,abitanti 1833 n. 750
– nome del luogo: Riottoli, titolo della chiesa: S. Pietro(Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 62, abitanti 1745 n. 88, abitanti 1833 n. 158
-nome del luogo: Ripa e Empoli vecchio, titolo della chiesa: S. Maria delle Grazie (Cura), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 286, abitanti 1745 n.358, abitanti 1833 n. 581
-nome del luogo: Tinaja, titolo della chiesa: S. Michele (Rettoria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. -, abitanti 1745 n. -, abitanti 1833 n. 259
-nome del luogo: Val di Botte, titolo della chiesa: S. Donato (Prioria), diocesi cui appartiene: Firenze, abitanti 1551 n. 226, abitanti 1745 n. 419, abitanti 1833 n. 542- totale abitanti anno 1551 n. 4910- totale abitanti anno 1745 n. 7169

Frazione di popolazioni provenienti da altre Comunità
-nome del luogo: Granajolo, titolo della chiesa: S. Matteo,comunità dalla quale deriva: Castel Fiorentino, abitanti n.53

– totale abitanti anno 1833 n. 13095

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back To Top