skip to Main Content

Der Stadterneuerung / La Rigenerazione Urbana – di C. Pagliai

Attorno alla metà dell’Ottocento molte città europee si trovarono ad affrontare, loro malgrado, un singolare paradigma di trasformazione prevalentemente centripeta dell’Urbanistica moderna; la molteplice letteratura in materia ha ampiamente documentato i relativi contesti sociali, economici e urbanistici che comportarono in molti casi una rottura di alcune regole secolari, logiche e politiche di sviluppo urbano che per molti agglomerati discendevano perfino dal medioevo.

Giova ricordare che in quel periodo la popolazione di molte città, racchiuse ancora all’interno di cortine murarie medioevali, accrebbe ulteriormente con conseguente aggravio delle precarie condizioni igienico-sanitarie,  superando quella che oggi definiremmo la “soglia di sostenibilità”.

Anche, e soprattutto, per questi motivi molte città furono oggetto di profondi ripensamenti formulati dai maestri protagonisti dell’Urbanistica moderna, tra i quali Camillo Sitte, Howard, Geddes e Mumfurd.

Quel cambio epocale segnò la tangibile rottura dell’Urbes col suo passato medioevale, che vedeva la la netta distinzione materiale dei due sistemi tra loro in equilibrio, ovvero il contado e le città; i tessuti urbani, metaforicamente parlando, superarono le secolari e ormai inutili (militarmente parlando) cinte murarie, con tutte le casistiche ben note (Firenze, Vienna, Parigi, etc).

Furono al contempo rimessi in discussione gli assetti interni di alcune città, operando ad esempio interventi di “sventramento” sul modello della nuova Parigi di Haussmann, da cui trasse ispirazione anche il Piano Poggi a Firenze, seppur attuato soltanto parzialmente.

Oggi, come allora, siamo di fronte ad un nuovo paradigma circa il ripensamento dello sviluppo territoriale e urbano, per il quale la Politica e l’Opinione pubblica pare aver finalmente raggiunto una nuova consapevolezza: il territorio non è illimitato e non può essere trattato alla stregua di un foglio bianco. La continua politica delle espansioni urbane, attuate negli ultimi 60-70, anni è stato un qualcosa di “vizioso”, in termini quantitativi e qualitativi, finalizzata in buona parte a creare plusvalenza ottenuta dalla rendita fondiaria generata dell’edificabilità suoli; questo gioco perverso, ben radicato ma rivelatosi vulnerabile ed effimero, si è letteralmente disintegrato con lo scoppio della cosiddetta “bolla immobiliare”, all’interno di un più generale quadro degenerativo in cui questo Paese sembra si sia impaludato per varie ragioni.

Fino a pochi anni fa il mercato immobiliare era assai vivace, caratterizzato da alti livelli di domanda e offerta contemporaneamente, anche se vi era già consapevolezza che tale congiuntura fosse “drogata” da eccessive iniezioni di liquidità virtuali; infatti nel primo decennio di questo millennio gli istituti di credito concedevano mutui bancari spesso coprenti il 100%, e oltre, dell’effettivo valore immobiliare. Sia agli acquirenti che ai costruttori. Il rischio marginale che si accollava l’istituto erogante era indirettamente coperto da un probabile aumento del valore immobiliare, fino ad allora conosciuto come una costante lineare.

Sta di fatto che il rischio globale e nazionale è stato sottovalutato (o sottaciuto?) da alcuni, in quanto era fin troppo facile prevedere che quella configurazione non avrebbe potuto evolversi in una continua condizione di crescita, facendo intravedere il sempre più concreto rischio di peggioramento.

In via provocatoria e minimalistica, si è arrestato un perverso meccanismo che divorava ettari di suoli agricoli in nome di una edificabilità capace di restituire una ricchezza istantanea ma non di lunga durata, i cui effetti sono ampiamente testimoniabili dalla cronistoria delle foto aeree.

Nel settore della Pianificazione territoriale tale fenomeno è stato appellato con diversi epiteti quali Consumo dei suoli, Cementificazione, crescita a macchia d’olio, e altri, fenomeno su cui torneremo sopra per approfondimenti.

Sembra giunto il momento, quindi, di interrogarsi e pianificare il territorio con un nuovo paradigma, inderogabilmente virtuoso. L’Ambiente lo vuole, ce l’ha detto e ce lo ricorda con maggior insistenza tramite migliaia di fatti di cronaca distruttiva.

Il nuovo paradigma ha già un nome e una connotazione: la Rigenerazione Urbana o, se preferite un termine più accattivante, Urban Rigeneration; almeno in teoria, si tratterebbe di una politica volta a frenare qualunque forma di espansione urbana oltre gli attuali perimetri dei centri abitati, consolidati o sfrangiati, e incentivante ogni forma di ristrutturazione urbanistica dei tessuti urbani esistenti, ovviamente rispettosa dei principali concetti di sostenibilità.

Nella storia italiana le politiche di Recupero e Riqualificazione urbana si affacciano timidamente e gradualmente (come del resto tutte le novità virtuose) a partire dalla L. 457/1978, in seguito con la L. 179/1992, poi con la felice quanto breve esperienza dei PRUSST e di recente, si riaffaccia con lo sdoganato slogan di Rigenerazione urbana. Un appunto su quest’ultima Legge 179/1992: la stesura di alcune parti è assai compatibile e congruente con il Social Housing

[[ Si consiglia la lettura dell’articolo sul SOCIAL HOUSING → ]]

Ormai ad ogni livello di politica, nazionale e locale, serpeggia questo slogan di cui ancora non è stata delineata una strategia normativa efficace, anche se sarebbe auspicabile una sua urgente disposizione; in questo preciso momento (maggio 2014), il quadro è assai confuso in quanto la Regione Toscana sembra sia in dirittura d’arrivo per emanare una dirompente revisione delle norme sul Governo del Territorio.

Dalla disamina delle bozze finora analizzate, ai fini dell’espansione urbanistica si ritornerebbe ad applicare una nettissima distinzione tra i centri abitati ben perimetrati e il territorio esterno ad essi. Ironicamente parlando, sembra di essere avviati verso un ritorno al passato, verso quella netta contrapposizione città/contado del paradigma medioevale.

L’idea è quella di agevolare procedure di riorganizzazione urbana e di quanto esistente all’interno dei perimetri inurbati, spaziando nell’ampio gradiente degli interventi di Recupero, Riqualificazione, Ristrutturazione e Sostituzione urbanistica.

Si profila un’interessante sfida per lo sviluppo dei contesti urbani e territoriali, anche se occorrerà qualche anno affinché tale impostazione sia ben assimilata da tutte le categorie coinvolte, e soprattutto dagli abitanti.

Si tratta di una non trascurabile opportunità per (ri)territorializzare molte periferie, rivederne la loro anatomia sotto ogni aspetto e di ammodernarle veramente ai principi di auto-sostenibilità.

E’ bene soffermarsi sul concetto di auto-sostenibilità, più avanzato e congruente rispetto all’ormai dozzinale “sviluppo sostenibile“; l’auto-sostenibilità consiste in una serie di politiche settoriali in grado di sostenere il peso antropico e carico urbanistico di un insediamento privilegiando il locale “consumo delle risorse e chiusura dei flussi”. Da non confondersi con una neoautarchia in salsa pianificatoria, ben altro.

Se effettivamente si vuole ristrutturare virtuosamente gli attuali sistemi urbani e territoriali, assai energivori, occorre privilegiare l’autosostenibilità, il cui concetto è assai vasto da meritare una dissertazione approfondita, con nutrita letteratura in merito.

Spesso è richiamato lo slogan, abbastanza fondato, che per avere un litro di latte sulle nostre tavole si rende necessario il consumo di due litri di petrolio; se tale slogan fosse tradotto in termini numerici di energia e lavoro, il risultato farebbe rabbrividire sicuramente.

Il ritorno alla “chiusura dei flussi” o dei “cicli” è un passaggio obbligato a cui nessuna comunità antropica può sottrarsi: il carico antropico ormai, sul piano alimentare, energetico, idrico e rifiuti, supera di gran lunga la famosa soglia di sopportazione ambientale. La comunità umana, ormai, consuma di più di quanto la natura possa offrire e rinnovare, tenuto pure conto che l’umanità in questo momento utilizza ai massimi livelli sistemi energetici di origine fossile. Ed è proprio questa la condizione che ci consente di pareggiare virtualmente il dislivello consumo/risorse.

Per questi motivi la Rigenerazione urbana dovrà prefiggersi lo scopo di ripensare in tutto o in parte gli attuali insediamenti con un’ottica futuristica e lungimirante, soprattutto alla luce degli scenari che si profilano all’orizzonte.

A maggior ragione in ambito locale alle prossime amministrazioni locali spetterà il gravoso compito di rompere con l’ “Ancien Règime” della Cementificazione attuata finora per volgere verso una Pianificazione territoriale veramente virtuosa e rispettosa dell’ambiente.

La Rigenerazione urbana non potrà prescindere da criteri inderogabili quali Social Housing, Perequazione fondiaria, Compensazione urbanistica e Consumo dei suoli, senza dimenticare l’essenziale profonda revisione del vigente strumento dell’esproprio per pubblica utilità.

Le sfide da vincere sono molte.

Digital Camera

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top