Paolo Fanciullacci: Le prove di coraggio al bafore

Scritto da: in Articoli con 0 Comments 24 febbraio 2012 18:03

Capitolo sesto

 

Le prove di coraggio al bafore

 

Pure un divertimento innocente come l’altalena trovammo il verso di renderlo un oggetto pericoloso e da prova di coraggio.

La capanna del Fattori, che era contrapposta alla casa colonica, al di là dell’aia, era adibita a fienile.

Il soffitto di questa capanna era abbastanza alto. Era fatto a travi e travicelli dove erano appoggiati le tegole  del tetto. Il pavimento era in terra battuta.

Duilio, il padre del “Nini”, aveva fatto passare due corde, sdoppiandole, da due travi  distanti più o meno due metri e mezzo e le aveva fatte calare fino ad un altezza  di sessanta centimetri da terra. Poi aveva preso un tavolone da muratori e l’aveva appoggiato su queste corde.

Praticamente la tavola poteva dondolare per il lungo, appoggiata su quattro corde, a parallelogrammo, e  quindi poteva dondolare pur rimanendo parallela al terreno.

Su questa tavola si poteva montare anche tutti insieme.

Uno in piedi alle corde davanti, uno in piedi alle corde dietro, e gli altri a cavalcioni della tavola.

 Lo slancio lo davano quelli in piedi, prendendo bene il tempo.

Questa altalena, faceva una oscillazione ampissima e attraversava quasi tutta la capanna.

Data la sua configurazione, quando si arrivava al massimo dell’oscillazione, la forza centrifuga che si era sviluppata, faceva in maniera che si avesse l’impressione di essere scagliati fuori.

Bisognava reggersi bene.

Nella parte posteriore della capanna, normalmente c’era ammassato un monte di fieno che l’altalena sfiorava nel punto più alto della sua oscillazione.

Per prima prova di coraggio, cominciammo a stare tutti in piedi, invece che a cavalcioni della tavola.

I due all’estremità a reggersi alle corde, e gli altri attaccati gli uni agli altri. Come una catena.

Una volta presa confidenza, cominciarono prove sempre più difficili.

 Per esempio, preso l’abbrivio massimo, a un segnale del primo, ad allargare  le braccia.

Ma solo per qualche oscillazione in su e in giù.

Era una sensazione spaventosa. Sembrava di dover capitombolare tutti insieme da un momento all’altro.

Poi decidemmo di provare a fare come Tarzan.

Saltare dall’altalena in corsa sul monte di fieno.

E  ci provammo tutti. Uno ad uno. Tranne Carlino, che era troppo piccolo.

Il primo che ci provò fu, il nostro capo. E ce la fece. Poi toccò a mio fratello. E anche lui ce la fece.

Uno alla volta ce la facemmo tutti. Carlino rimase sull’altalena.

Purtroppo ci accorgemmo troppo tardi che non era possibile scendere, perché la scala a pioli era appoggiata alla parete opposta  del monte di fieno. Oltretutto era troppo alto per poter saltare di sotto. D’altra parte Carlino non avrebbe potuto portare la scala a pioli perché la scala era troppo grande e lui troppo piccolo.

Era inutile chiamare aiuto. In casa non c’era nessuno perché erano tutti al lavoro nei campi. Mandare Carlino al bafore a chiedere aiuto voleva dire chiamare le busse.

L’unica via d’uscita era l’altalena.

Gridammo a Carlino di aumentare lo slancio per arrivare vicino a noi, ma per quanti sforzi facesse, non riusciva a portare la tavola dell’altalena che a un metro sotto di noi.

Si trattava di saltare, ma questa volta alla rovescia.

Non c’era il fieno sotto, ma il vuoto. E L’altalena in movimento, con Carlino sopra.

Facemmo la solita conta per chi dovesse saltare. Meno male che toccò al nostro capo.

Si mise di fronte al punto dove arrivava la tavola con le sue oscillazioni. Noi eravamo tutti schierati ai lati.

Carlino si era disposto dalla parte opposta della tavola, in piedi, reggendosi alle corde e guardando noi.

Il nostro capo aspettò due o tre oscillazioni della tavola e quando credette di aver preso il tempo giusto, saltò, cercando contemporaneamente di afferrare le corde.

Una corda la afferrò, ma l’altra no. Non solo. Scivolò dalla tavola e rimase proprio come Tarzan attaccato alla liana, mentre scendeva verso terra.

E non atterrò proprio come Tarzan, ma atterrò in ginocchioni e poi continuando a strisciare con le gambe nude, lasciando sulla terra battuta  un bel po’ di pelle sia dei ginocchi, sia delle cosce. Riprese il volo continuando l’abbrivio e ritornò a terra strascicando i piedi nudi.

Quando si fermò, fra il sangue, la polvere e la terra appiccicata alle gambe, sembrava un ecce homo.

Comunque andò a prendere la scala e ci portò tutti in salvo.

Quando tornammo a casa non si poteva certamente nascondere quello che era successo.

Il nostro capo fu lavato e disinfettato con il vino della botte della cantina e poi rimbussolato bene bene.

In seguito gli  vennero un sacco di croste, conseguenza delle sbucciature ai ginocchi e alle gambe.

Per noi fu un eroe.

 

L’estate noi non andavamo al mare. 

Io non l’ho mai visto finché non ho avuto l’età di 13 o 14 anni.

Appena finite le scuole, la prima cosa che facevamo, dopo aver buttato quaderni, sussidiari, astuccio e libro di lettura in un canto, ci toglievamo le scarpe e andavamo a piedi scalzi. E in canottiera. Magari con un fazzoletto sulla testa, annodato alle quattro cocche, perché il sole non ci facesse male.

I primi tempi a camminare sulla ghiaia del passino della ferrovia o sul brecciolino delle strade sterrate era duro, ma nessuno di noi voleva far vedere che aveva i piedi delicati. E allora stringevamo i denti e si cercava di stare dietro a quelli che camminavano più speditamente. Anzi, quando era stato tagliato il grano nei campi, e rimanevano le stoppie corte e aguzze (noi le chiamavamo “zingoni”), si faceva la prova di coraggio.

La prova consisteva nell’attraversare il campo di zingoni di corsa. Senza fermarsi.

I primi tempi era veramente dura e mi ricordo che qualche volta arrivavo dall’altra parte con le lacrime agli occhi, ma senza dire ne’ ai ne’ bai. E lo stesso gli altri.

Infatti, e questo non l’ho mai detto, il piangere per noi era una prova di debolezza e anche quando si buscavano, difficilmente si piangeva. Si stringevano i denti e le labbra, ma non si piangeva.

 Poi, a forza di andare scalzi, ci facevamo il “callo” e alla fine dell’estate potevamo camminare ovunque. Qualche volta potevamo incappare in qualche collo di bottiglia rotto che ci procurava un taglio nei piedi, ma questo, in genere, veniva prontamente disinfettato con un po’ di vino dalle nostre mamme.

Quando ne eravamo lontani, si pisciava a turno sopra la ferita e si fasciava con un fazzoletto che portavamo sempre dietro. E avanti. Zoppicando.

Sempre nell’estate, facevamo anche escursioni in territori inesplorati, mai visti e misteriosi, che per noi diventavano viaggi veramente avventurosi.

Infatti nell’estate venivano delle squadre di operai a ripulire e a ricavare i fossi  e i rii che solcavano la campagna di Pratovecchio e non solo.  Quando questi rii erano ripuliti e spianati diventavano come piccole strade fra gli argini piuttosto alti e senza nessun ostacolo.

In particolare a noi piaceva il rio di Ponte alla Stella, che era molto grande.

 Non sapevamo dove portasse.

Allora ci armavamo di tutte le nostre armi camminavamo lungo la ferrovia di Siena fino al Ponte alla Stella, ci si calava dentro e ci si incamminava in una direzione o nell’altra per vedere dove portasse.

Per noi era una misteriosissima trincea.

La volta che passammo sotto il ponte della ferrovia di Siena, verso ovest, e poi sotto il ponte della SS 67, camminammo parecchio, attraversando tutta una campagna mai vista prima e  fu una sorpresa quando arrivammo fino all’Elsa.

Rimanemmo  stupiti come Livingstone quando trovò le cascate Vittoria.

Sull’Elsa, proprio lì vicino a dove eravamo sbucati noi, trovammo una barca legata  con una corda ad un piolo conficcato nel terreno.

Fu deciso di salire a bordo. Per farlo bisognava saltare dalla ripa, che era più in alto.

 Io non sono mai stato  un gran saltatore. Quando si facevano le gare di saltare i fossi più grandi, io ci cadevo sempre dentro.

Avevo paura.

Saltarono tutti, e si accomodarono a sedere sulla barca. Io fui l’ultimo a saltare.

Incitato da tutti, presi la rincorsa e saltai.

Ma vuoi per la troppa rincorsa, vuoi per la mia atavica paura del salto, appena toccato il bordo della barca, questa si mosse in avanti,  io mi sbilanciai indietro, e caddi in acqua.

Non sapevo nuotare, e mi ricordo di aver visto tutta l’acqua sopra di me che gorgogliava mentre andavo giù per  il tuffo.  Detti una gozzata d’acqua e capii immediatamente di essere in una condizione estrema. Detti una sforbiciata con le gambe e una sbracciata fortissima verso il basso. Il risultato fu che emersi fino a mezza vita, come un delfino, tantoché gli altri mi ripresero al volo e mi tirarono in barca.

Tutto molle ma salvo.

 Me la vidi veramente brutta.

Meno male che durante il tragitto di ritorno, piano piano la canottiera e i pantaloni si asciugarono. Le mutande, per asciugarle prima, me le ero messe in testa al posto del fazzoletto. Lo avevo perso nel tuffo. Prima di arrivare a casa, le rimisi al posto giusto. Per il fazzoletto feci finta di averlo perso.

Almeno quella volta scansammo le busse.

Adesso di quel rio al Ponte alla Stella, ci sono rimasti solo i muretti di mattoni sulla 67 con il tabernacolo della madonnina. Rifatta.

 Il rio dopo avere attraversato il ponte sotto la 67, si intuba e va a finire sotto la carrozzeria Righi e Fini. Poi penso che continui tutto sotto la zona industriale del Terrafino. Mi immagino che arrivi sempre all’Elsa.

Addio Livingstone!

 

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