Per un dipinto dimenticato: Un nome alla “Deposizione” in Santo Stefano – di Walfredo Siemoni

Scritto da: in Articoli, Walfredo Siemoni con commenti 8 febbraio 2012 10:37
Anonimo, Deposizione nel sepolcro

In mezzo al desolante panorama concernente il patrimonio storico-artistico del nostro ricco territorio, oscillante tra episodi incredibili, quali quelli che hanno visto come infelice protagonista la soppressa chiesa di S. Donnino, ed una educazione civica ancora ferma ad uno stantio campanilismo teso ad esaltare supposte glorie cittadine, raramente capita di poter annunciare notizie di diverso tenore.
Vi è nella chiesa di S. Stefano degli Agostiniani, solitamente anch’essa infruibile come tanta parte dei nostri beni culturali, un dipinto su tela alquanto particolare. Collocato senza cura sulla parete sinistra della cappella Salvagnoli, gravemente provata dagli eventi bellici, passa pressoché inosservato al visitatore e allo studioso che al più getta un’occhiata al vicino Passignano. Il dipinto raffigura, nei modi raggelati e schematizzati tipici della cultura prebellica, una deposizione di Cristo nel sepolcro con intorno la consueta folla di santi personaggi. Nessuno, né i curatori della chiesa né la stessa soprintendenza, era in grado di fornire una motivazione a tale presenza; anche l’autore ed il suo ambito restavano ignoti.1)
La tipologia delle vesti e la stessa costruzione della scena mi fecero pensare, fin dai miei primi studi sull’ex convento agostiniano, ad una copia di qualche pittura rinascimentale, forse cmquecentesca, non necessariamente di cultura fiorentina, come stavano ad indicare le fisionomie di alcuni personaggi. Dopo vari anni, i casi della vita per un curioso sense of humor del destino, mi hanno portato ad assidui viaggi nella cittadina tedesca di Freiburg in Breisgau, nella parte meridionale del paese. Durante la visita al celebre duomo gotico dedicato alla Madonna avvenne una sorta di folgorazione: su una parete del coro, a pochi passi dalla celebre pala di Hans Baldung Grien, stava un dipinto identico – così mi parve all’epoca – alla deposizione conosciuta in S. Stefano. In seguito ad alcune ricerche potei pervenire al nome dell’autore, Hans von Aachen (Köln 1552 – Praga 1615), nutritosi di cultura italiana durante i suoi numerosi viaggi effettuati tra il 1574 ed il 1587, soggiornando anche a Firenze (1582-3) dove lasciò tra l’altro un ritratto del granduca Francesco I conservato nella Galleria Palatina. Viene comunemente considerato tra i più validi esponenti del manierismo rudolfino.

Hans Von Aachen, Deposizione nel sepolcro, Freiburg, Coro della Cattedrale

Attivo nei principali centri tedeschi, da Augsburg a Francoforte, da Freiburg a Wittelsbach, operò prima al servizio del duca di Baviera e poi dell’imperatore Rodolfo II a Praga. Il dipinto conservato a Freiburg differisce tuttavia in modo sensibile dalla tela empolese anche se non vi possono essere dubbi in merito alla sua derivazione; appariva inoltre di non facile comprensione come tale copia fosse potuta finire a Empoli. Il mistero fu in parte svelato dalla lettura del saggio del Peltzer sull’Aachen, tuttora l’unica monografia completa, almeno a quanto mi consta 3). In essa veniva riprodotta un’interessante incisione che, in maniera fedele, tranne alcuni dettagli, derivava senza ombra di dubbio dal dipinto friburghese, eseguita dal fiammingo Raphael Sadeler I° (Anversa 1560/1 – Monaco 1632) per il duca di Baviera, firmata e datata 1593.
Il testo del Peltzer conteneva altri interessanti spunti per la nostra indagine. Si diceva infatti che questa deposizione fosse stata tra le opere maggiormente replicate dell’Aachen, giustificando quindi la bella incisione coeva, fornendo inoltre l’esistenza all’epoca (1911) di almeno cinque copie più tarde, sue o di allievi, disseminate dalla Boemia all’Austria alla Slesia 4). Purtroppo la mancanza di necessari strumenti mi ha impedito di rintracciarle; posso solo ricordare una copia – di ubicazione ignota -visibile tramite una vecchia foto non riproducibile conservata presso la fototeca del Kunstbistorisches Institut di Firenze, non escludendo possa trattarsi di una di quelle citate dal Peltzer 5).
Una piccola guida del duomo di Freiburg, non citando la fonte, attesta che la deposizione di Hans von Aachen fu eseguita nel 1592, quindi l’anno prima del rame del Sadeler 6). Da un rapido confronto tra le due opere coi dipinto empolese appare come quest’ultimo sia derivato proprio dall’incisione, conservata nelle collezioni viennesi. In entrambi infatti la fronte del sarcofago è spoglia, priva del raffinato bassorilievo raffigurante Giona ed allusivo alla resurrezione, come pure scomparsa è la ricca brocca, forse a causa del formato ovale preferito dal Sadeler, il quale tolse anche la lampada presente nel dipinto di Freiburg in alto a destra. Ma anche l’anonimo pittore che eseguì la tela in S. Stefano operò varianti significative. La più vistosa è senza dubbio l’assenza della figura femminile di schiena in primo piano, presente invece in ambedue le versioni coeve.
Tale figura, che ha un preciso senso interlocutorio nella pittura controriformata italiana a cui l’Aachen puntualmente si ispira, fu tolta in quanto contrastava evidentemente con la concezione per così dire “purista” dell’autore della più tarda copia. A tale conclusione si può pervenire anche notando la presenza in essa dei nimbi, sottilissimi e dorati, quasi neoquattrocenteschi, assenti nelle altre due opere. Per il resto la composizione risponde in modo puntuale a quella del Sadeler nella figura del S. Giovanni dal braccio proteso, nella Maddalena genuflessa con la caratteristica fisionomia nordica, nel vecchio Nicodemo e nei personaggi maschili alle sue spalle, forse Apostoli, che reggono le torce. Leggermente diverso il corpo senza vita del Cristo dove, il volto maggiormente allungato, la netta ripartizione delle muscolature del ventre, il panneggio indurito del sudario, concorrono a dare all’immagine un che di arcaizzante, mentre l’accentuata “effusio sanguinis” delle stimmate torna con quanto detto a proposito delle altre modifiche introdotte dall’anonimo pittore.

Raphael Sadeler (da Von Aachen), Deposizione nel sepolcro, incisione su rame, datata 1593

Sostanzialmente identica l’ambientazione, una grotta aperta sul fondo, attraverso il quale s’intravede il Calvario e le tre croci. Se è stato possibile quindi dare un nome, sia pure come copia, a questo dipinto, resta oscuro l’autore ed il periodo in cui entrò in chiesa certamente circoscrivibile tra l’immediato dopoguerra ed il 1968 7). Difficile anche determinare l’epoca in cui fu eseguito, ma certo non nel XVII secolo come indica la Del Vivo, nella citata scheda ministeriale.
La ricerca del purismo quattrocentesco e rinascimentale, evidente se confrontato con gli archetipi, può collocarlo culturalmente nei decenni prebellici, nell’ambito dei revival nazionalistici e del cosiddetto neogiottismo. L’autore mostra una certa capacità nell’eseguire le figure, specie il S. Giovanni, contraddette qualitativamente dall’errata prospettiva del sepolcro come pure dalla piattezza del piano di posa. Per la mancanza di dati al riguardo non è neppure ipotizzabile se fosse stato creato per la chiesa empolese o con qualche altra destinazione anche se le misure, quelle classiche per un quadro d’altare (cm. 300 x 210) indicherebbero una direzione ecclesiastica. Questa segnalazione, oltre a rendere dignità ad un manufatto per lungo tempo relegato in una condizione di non esistenza, si propone il fine di contattare, tramite l’associazione Pro Loco, cittadini che potessero fornire utili indicazioni a riguardo permettendo in tal modo di far piena luce sul dipinto.

 

 

 

NOTE

1. La scarna, pressoché inesistente, bibliografia a riguardo consta soltanto della vecchia schedatura ministeriale effettuata da Anna Del Vivo nel 1968 dato che quella più recente (Eliana Pilati 1973) non contempla il dipinto. Ambedue conservate presso l’Ufficio Catalogo della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Firenze e Pistoia.
2. Per una recente bibliografia in merito al pittore si rimanda a quella riportata nel primo volume dell’Allgemeines Kunster-Lexicon, Leipzig, 1983, pp. 2-4.
3. Rudolf Arthur Peltzer, Der Hofmaler Hans von Aachen, seine Schule und seine Zeit in “Jarhbuch der Kunsthistorischen Sammelung in Wien”, XXX, 191 1/2, pp. 86-125
4. Peltzer, cit., p. 98; una nel museo di Breslau, attribuita all’allievo Christopher Schwarz, altre, anonime, a Graz, nell’Historisches Museum di Francoforte, a Strahow e Chrudin in Boemia.
5. La foto (Ist. Luce D 515) conserva una vecchia attribuzione al manierista emiliano Girolamo da Carpi, priva di riferimento, e la dicitura “nach H. von Aachen”; in calce sono i riferimenti all’incisione del Sadeler riportata nel saggio del Peltzer.
6. E. Adam, Das Freiburger Münster, Stuttgart, 1968, p. 110.
7. Se il primo termine appare ricavabile solo per via induttiva, tramite lo stile del dipinto e la completa mancanza di riferimenti, il secondo è quello della schedatura ministeriale della Del Vivo. In essa, pur attribuendolo al XVII secolo, si afferma che si trovava nel coro, di fronte, alla tela, questa secentesca, raffigurante ‘il ritrovamento della croce’ in luogo dell’attuale dipinto proveniente dal distrutto altare di sacrestia.

Artricolo tratto da “Il Segno di Empoli”, n. 9, Aprile 1990

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