Rimandiamo in onda, con grande piacere, il nostro articolo più visto e scaricato, scritto da Paolo Fanciullacci dal Bafore, che ha raggiunto il primo posto assoluto fra gli articoli di tutti i tempi, pubblicati qui, sul sito di Empoli. Per non dire dell’ormai mitico “I ragazzi del Bafore”, ormai scaricato più che le casse d’aranci al mercato ortofrutticolo di Novoli…
Negli anni ’60-‘70 c’erano tre personaggi particolari che gravitavano nell’orbita della stazione ferroviaria di Empoli.
Uno era Settegiacchette.
Settegiacchette era un barbone che portava sempre le scarpe sciolte, i pantaloni con la “bottega “quasi sempre aperta e tenuti su con un pezzo di spago a mò di cintola. Indossava, se non proprio sette, almeno quattro o cinque giacche una sopra all’altra. D’inverno e d’estate.
Era un tipo silenzioso e taciturno che già conoscevo da ragazzo.
Io, fino all’età di undici anni, ho abitato in una casa che dava sulla 67, a una cinquantina di metri dal passaggio a livello e praticamente nella confluenza della linea ferroviaria Firenze – Pisa e la Empoli – Siena. Eravamo allora una banda di 7 o 8 ragazzi e, dopo la scuola, nel pomeriggio, eravamo lasciati allo stato brado fra i campi, con strombole, archi, frecce e lance che ci costruivamo da noi. Di compiti manco a parlarne.
I nostri territori di caccia e di battaglia erano il “Paretaio”, il “Padule” (che di padule non aveva proprio nulla) e Pratovecchio. Più lontano, anche il boschetto del Terrafino. Erano tutti luoghi al di là della massicciata della ferrovia Empoli-Siena e che bisognava scavalcare dopo aver attraversato il “cavo” che era il fossato che correva parallelo alla ferrovia.
Su quella ferrovia, a volte passava, in direzione Ponte a Elsa, quest’uomo imbottito di giacche.
Senza una parola. E lo stesso noi.
Fu allora che lo battezzammo Settegiacchette.
Non sapevamo né da dove venisse, né dove andasse. Lo vedevamo camminare assorto lungo la ferrovia e mai lo abbiamo disturbato. Anche perché ne avevamo un certo timore.
Lo rividi appunto da adulto quando cominciai, prima da studente e poi da pendolare, a frequentare la stazione ferroviaria. E capii allora da dove veniva. Ma dove andasse non l’ho mai saputo. Si vedeva in genere la mattina uscire dai gabinetti della stazione, percorreva strascicando i piedi, taciturno e silenzioso, tutto il marciapiede del primo binario in direzione Ovest. Si incamminava sui binari e spariva all’orizzonte. Sicuramente prendeva poi la ferrovia verso Siena. Come aveva sempre fatto.
Altro personaggio singolare era la “Napoletana a picche”, come la chiamavamo noi.
Questa era una donnina con i capelli ricci e bianchi, alta poco più di un metro e mezzo, che “odorava” di urina più di un pisciatoio.
Parlava con figure immaginarie che vedeva solo lei, rideva, si chinava piegandosi sui ginocchi e gesticolava conversando con i fantasmi della sua povera mente. Ma il bello era che non parlava normalmente, ma parlava in un dialetto napoletano strettissimo, osceno, triviale e scurrile, senza interruzione, del tipo:
-Vaffanbocca a soreta e a mammate toia sfaccimme e’ mammate toia caze’nculo a te e a mammate e soreta sfaccimme e’mmerda a te cornuto a te e cazzenculo a pucchiacca e’ mammate….- e via discorrendo di questo passo. Ogni tanto si interrompeva, si chinava ridendo hi,hi hi hi e facendo le corna a due mani a tutti quelli che erano d’intorno e a quelli che vedeva solo lei, e ricominciava:- Cazzenculo a mammate e a soreta e mmerda a te strunzo e’mmerda a te omme e’ merda…-.
Roberto, mio compagno di viaggio e piaggista pure lui, sentenziò:
- Per me, quella, è un avanzo di casino -, riferendosi chiaramente alle case oramai chiuse dalla Merlin.
La “Napoletana a Picche” non è che fosse presente tutti i giorni. Appariva ogni tanto e aveva accesso a tutti i binari, e qualche volta ce la trovavamo anche sul treno, annunciata dal suo caratteristico “odore” e dalla sua cantilena napoletana. Scorrazzava in lungo e in largo dove il suo povero cervello la guidava.
E poi c’era Brunero.
Il mitico, unico, fantastico Brunero.
Chi ha frequentato la stazione di Empoli come pendolare, non può non aver conosciuto Brunero.
Brunero era un pezzo di stazione, come le colonne di ghisa che sorreggevano le tettoie, come i marciapiedi delle pensiline , come i binari e le traversine, come i sottopassaggi.
Brunero era una colonna, un pezzo di stazione, della stazione di Empoli, naturalmente.
Non so se venisse accompagnato alla stazione da qualcuno o se venisse da solo. Non so neppure dove abitasse in Empoli. Una cosa però era certa, era amato da tutti i frequentatori della stazione.
Lo trovavo tutte le mattine sul marciapiede del primo binario, già in “servizio”.
Brunero aveva un’espressione un po’ torva che incuteva un certo timore in chi non lo conosceva, ma se dio ne guardi gli scappava un sorriso, allora la bocca gli si allargava fino alle orecchie e gli occhi gli si spalancavano facendo intravvedere la sua anima candida. Subito dopo, ritornava con l’espressione cupa e torva di prima.
Il nome gli si addiceva perfettamente, perche era di carnagione olivastra e vestiva sempre di scuro, tantoché non ho mai capito se il suo fosse un soprannome o il suo vero nome.
Non aveva età. Io l’ho sempre visto uguale sia quando avevo dieci anni sia quando ne avevo quaranta. Era come un personaggio disegnato nei fumetti come Topolino, Tex, CoccoBill. Uno nasce così e rimane così, sic in saecula saeculorum. Così Brunero. Era immutabile.
Camminava curvo, sempre tenendo le mani dietro la schiena e ogni tanto se le portava davanti all’altezza del petto e se le strofinava energicamente, poi, tutto soddisfatto se le rimetteva dietro, in posizione.
Brunero aveva tre manie principali.
La prima era la giacchetta.
Era convinto che non gli tornasse bene addosso. Quasi a tutti quelli che frequentavano normalmente il primo binario, prima o poi chiedeva di tirargli su la giacchetta per la collottola. Cosa che veniva fatta energicamente dall’incaricato. Poi andava via contento, sempre senza ringraziare.
La seconda mania erano i bottoni. Della solita giacchetta.
Aveva paura che si staccassero e allora, chiedeva, a qualcuno che vedeva sempre in stazione, di controllarli. E pure qui, dopo il controllo effettuato, e rassicurato, andava via tutto soddisfatto, sempre senza ringraziare.
Non disdegnava neppure le belle ragazze e allora, nell’occasione, sfoggiava il suo sorriso stralunato fissandole rapito in chissà quali pensieri.
Ma la sua vera, unica, maniacale passione era una e una sola. Fermare e far partire i treni.
Penso che i macchinisti che avevano l’opportunità di fermarsi a Empoli per proseguire per Firenze, lo conoscessero tutti.
Si, perché, Brunero, fermava i treni. E non solo, li faceva anche ripartire.
Aveva imparato, dallo stridore dei freni, a prendere il tempo esatto di quando il treno si sarebbe fermato e, un attimo prima che il treno si fermasse, tirava fuori la mano destra da dietro la schiena, dove la teneva insieme alla sinistra, e con un cenno perentorio verso la macchina dava il segnale di stop. E il treno si fermava.
Allora rimetteva la mano in posizione, e aspettava che tutti i passeggeri scendessero e che altri risalissero. Quando tutti gli sportelli dei vagoni erano chiusi, il semaforo si era fatto verde, e il capotreno dava il via libera al macchinista affacciato al finestrino, Brunero ritirava fuori la mano destra, faceva cenno di vai,vai e il treno ripartiva.
E a quel punto, Brunero pieno di sussiego, si avviava nell’ufficio dei capostazione e si metteva ad aspettarne un altro.
Era convintissimo di dirigere tutto il traffico ferroviario della stazione di Empoli.
E io ho avuto modo di sperimentare la potenza direttiva di Brunero.
Lavorando a Pontedera, facevo il pendolare e tutte le mattine che Dio metteva in terra, ero costretto a prendere il treno alla stazione come tanti altri empolesi. Una mattina che eravamo già saliti sul treno, non so per quale ragione, questo rimase fermo sul binario, ritardando una ventina di minuti. I passeggeri cominciarono a spazientirsi, anche perché non giungevano comunicazioni né dagli altoparlanti, né dal personale viaggiante.
Eravamo sul secondo binario. Mi affacciai al finestrino e vidi Brunero sul primo, da cui non si allontanava mai se non in compagnia dell’anziano spazzino di cui sopra.
- BRUNERO!, gli gridai, MA CI FAI PARTIRE SI O NO?-
Ci fu una risata generale e Brunero agitando, la mano destra, mi fece un cenno come di minaccia biascicando qualcosa (a me parve una bestemmia), poi entrò nella stanza del capostazione, riuscì, e poi con la mano mi fece cenno di vai, vai. Il capotreno fischiò e il treno partì.
Brunero sorrideva beato mentre mi salutava.
Oltre a dirigere il traffico ferroviario, ad avanza tempo faceva dei piccoli servigi ai ferrovieri, non so, prendere il giornale all’edicola, prendere una brioche al buffet , prendere le sigarette al chiosco dei tabacchi ecc…
A differenza degli altri due personaggi, non si allontanava mai dal primo binario. L’ho visto arrivare sul secondo binario, usando il sottopassaggio, soltanto in compagnia di un anziano spazzino, che seguiva come un cagnolino e a cui portava il secchio per raccogliere le cartacce. Erano una coppia inseparabile. Lo spazzino davanti con la spolverina celeste e Brunero, fosco, dietro, dietro con il secchio in mano.
Era un uomo buono come il pane.
Però, però. C’era un però.
Quando si incontrava con la “Napoletana a Picche”, era un macello.
Non si potevano vedere a vicenda.
Brunero non ce la voleva nella “sua” stazione e lei, spirito libero, non voleva imposizioni.
E allora eran dolori. Guerre siderali, fra titani. Facevano gente.
Quella cominciava con la sua tiritera:
- Vaffanbocca a soreta…hihihihi, - e si chinava facendo le corna a due mani -, cuorna e ricuorna a te e a mammate toia cazzenculo… e cuorna e’ mmerda a te omme e’mmerda e cazzen culo….-
Brunero, allora perdeva il lume della “ragione”. Cominciava a urlare parolacce e a imprecare:
-SUDICIA,! TROIA! VAI VIA! VAI A CASA TUA SUDICIONA PORCA MAIALA!!!. AAUAAAUU!!!!.
Le parole gli si trasformavano in latrati sguaiati e ci voleva del bello e del buono a rabbonirlo. In genere quello che ci riusciva meglio di tutti era l’anziano spazzino.
Ma ce ne voleva.
Una mattina che ero arrivato di corsa, passando davanti a un ufficio sentii uno strepitio, un fracasso, un baccano e l’urlio tipico di Brunero, che credevo lo stessero picchiando. Contemporaneamente vidi gli addetti che uscivano di corsa, chi in qua e chi in là, molto probabilmente per non prendersi la colpa di quello che avevano fatto. Però stavano ridendo come ragazzi che avessero fatto qualche bischerata.
Lo strepitio e l’urlio continuavano e allora mi avvicinai per vedere che cosa fosse successo.
E vidi Brunero in piedi su di un armadio, con uno spazzolo in mano che pestava i piedi sull’armadio BUM! BUM! BUM! e urlava e sbraitava che lo tirassero giù. Imprecava come un ossesso.
Quei buontemponi, con la scusa di fare una qualche pulizia sull’armadio, avevano convinto Brunero a salire sull’armadio con una scala, e poi non avevano trovato di meglio che togliere la scala e lasciare Brunero a berciare scatenando l’inferno.
Perdevo il treno. Lo presi di corsa e non ho mai saputo come sia andata a finire.
Ma sono sicurissimo che dopo dieci minuti, Brunero sarebbe stato pappa e ciccia un’altra volta con i suoi amici ferrovieri, perché la stazione era la sua vita.
Poi cominciò a diradare il “servizio”. Tra l’altro non so se l’anziano spazzino fosse andato in pensione perché non si vedeva più neppure lui.
Il fatto è che piano, piano Brunero sparì dalla circolazione.
Qualche anno dopo venni a conoscenza da un trafiletto, mi pare sulla cronaca di Empoli della Nazione, che Brunero non si sarebbe più visto.
Venni a sapere che era morta la madre o chi lo accudiva e per questa ragione fosse stato trasferito in un ospizio. Mancandogli la stazione e la gente di stazione, si era immalinconito, incupito, intristito e poco dopo era morto.
Come sparirono i treni a vapore, il deposito dell’acqua per le vaporiere, i cestini caldi e tante altre cose, così sparì anche Brunero, un altro pezzo di stazione.
Io non credo molto nel regno dei cieli, ma spero con tutto il cuore che Brunero, adesso, sia in una stazione tutta sua, dove possa fermare e far ripartire tutti i treni che voglia. Magari con un bel vestito da capostazione con un berretto rosso fiammante, senza paletta, ma segnalando solo con le mani come faceva qui.
Ma, più che altro, spero tanto che ci sia un Qualcuno che gli tiri su la giacchetta per la collottola e gli controlli i bottoni dorati che non si stacchino.
Naturalmente senza essere ringraziato.
Paolo Fanciullacci












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