Paolo Pianigiani: Ladri in chiesa

Scritto da: in Articoli, Paolo Pianigiani con commenti 2 luglio 2012 09:02

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Siamo in tempi lontani: il 5 Giugno del 1670. La Compagnia di San Lorenzo aveva da poco ristrutturato i locali a lei dedicati, all’interno della maggior chiesa d’Empoli, e in due apposite nicchie ricavate ai lati dell’altare, aveva collocato in splendidi contenitori d’argento le Reliquie dei Santi Stefano (le ossa di un dito) e Lorenzo (parte di una costola). Un empolese, tale Lessandro Giubbilei, alle due di notte, si introdusse in chiesa e portò via i due preziosi reliquiari, richiudendo alla meglio le porticine delle cellette, sperando che chi di dovere se ne accorgesse il più tardi possibile. Ma i tre priori in carica, Bastiano Vanghetti, Piero Piattini e Giuseppe Romagnoli, appena tre giorni dopo, l’8 Giugno si avvidero che gli sportelli dei due tabernacoli erano sconnessi, e dettero l’allarme. Il sospetto cadde subito su questo Lessandro, colpevole in passato di essere l’autore del furto dei candelabri in ottone, sia dell’altar maggiore che dello stesso altare della Compagnia. Se li era venduti, dopo averli spezzettati, a un ottonaio di Pisa, che aveva bottega sotto le logge di San Michele. Per l’appunto era improvvisamente scomparso. A colmare la misura è da dire che il nonno di questo Lessandro, di cui non è rimasto il nome, aveva già in anni passati visitato i sacri luoghi, portandosi via i documenti che comprovavano l’autenticità delle reliquie. Suo figlio (padre del ladruncolo) si chiamava Giovanni, detto Gonnellino, e di mestiere faceva l’agrimensore. Avevano casa in via degli Asini: dove’era questa via e come mai si chiamava così, però, ve lo dico un’altra volta, se no s’allunga troppo la minestra.

Individuato il sospetto, si mandarono subito in varie direzioni dispacci e messaggi, al fine di rintracciare il fuggitivo. Si ebbe fortuna: a Roma, un certo Carlo di Vincenzio di Domenico Baldi, fratello di un canonico di Collegiata, individuò Lessandro a spasso per Roma. Lo fece subito arrestare e rinchiudere in una segreta. Con lui era prigioniero anche un senese, tale Orazio Pascali.

Con promessa di scontargli la pena, gli fu chiesto far la spia, e cercare di farsi dire dal compagno di cella la verità. E venne fuori che le due reliquie avevano avuto diverse destinazioni: quella di San Lorenzo era finita a Pisa, mentre quella di Santo Stefano era stata data a un ricettatore romano, di nome Straccino. Carlo Baldi, da perfetto 007 d’altri tempi, portò in fondo l’opera e recuperò il pezzetto di costola che stava ancora fra le mani a tale negoziante di pochi scrupoli. A completare il lavoro poi, per proprio conto, inviò a Pisa un messo, con il compito di recuperare anche il dito trafugato. Anche questa operazione, almeno in apparenza, andò bene e lo 007 empolese, ma residente a Roma, in occasione di tornare per lavoro in Empoli, in data 7 Novembre 1670, riportò tutto soddisfatto la sacra refurtiva recuperata nelle mani (si immagina tremanti) del proposto, monsignor Leonardo Giraldi. Presentò la nota delle spese sostenute, che ammontavano a 25 scudi. Ci mise di suo 3 scudi, come limosina. Uscì di chiesa, fra mille ringraziamenti e benedizioni, dopo aver lasciato apposita ricevuta dettagliata di tutto quello che gli empolesi gli avevano rimborsato per il fortunato e quasi miracoloso recupero.

Intanto c’era stato il processo per il furto sacrilego. Lessandro Giubbilei di Giovanni fu condannato alla forca e allo squarto, pena che di solito si eseguiva fuori una delle 2 porte del castello: a scelta o porta Pisana o direttamente sul Campaccio, l’attuale piazza della Vittoria. C’era quindi adesso il problema di farlo tornare a Empoli. Ma i parenti Giubbilei, avvezzi a queste cose, avevano già richiesto la liberazione del prigioniero, adducendo non so che scuse o vizi di forma legali. I nostri, invece, seguirono la procedura, come si conveniva fra due stati. Fu mandato un messo al Granduca (Cosimo III, appena salito al trono); da Firenze si mandò a Roma, alla Corte Papale apposita richiesta per riavere indietro il condannato. Ma il giorno stesso che il Papa Clemente X firmò il suo beneplacito, venne fuori che Lessandro era stato scarcerato, proprio quella mattina presto, e che naturalmente si era dato a precipitosa fuga. Intanto il Proposto Giraldi, che smaniava dalla voglia di rivedere i suoi gioielli esposti al pubblico, aveva avuto apposita dispensa, pur in mancanza dei relativi certificati d’autentica, per rimettere le due reliquie al loro posto. Il 25 Aprile, giorno di San Lorenzo, furono infatti ricollocate in pompa magna negli appositi tabernacoli, dopo averli fatti ricoverare, per l’intanto, in contenitori di legno sigillati. E fioccarano le prediche  e le messe cantate, fra il giubilo del popolo al quale erano state restituite le ossa dei martiri, assolutamente miracolose.

Tutto bene quel che finisce bene, allora? Macchè!

Tempo dopo il nostro Proposto fu fatto chiamare in tutta fretta all’Arcivescovado di Firenze e, senza mezzi termini, il Vicario Pucci gli disse che un gesuita, trovandosi a Genova, aveva avuto modo di incontrare il Giubbilei Lessandro, di ritorno dalla Turchia, dove era finito schiavo. Non si sa perché, se in confessione o per gloriarsi della bella pensata, il ladruncolo empolese aveva detto che solo la reliquia di Santo Stefano era vera, mentre l’altra, lasciata in mano a un suo compare di Pisa, altro non era che un ossicino di cane. Un taròcco, insomma. La vera Reliquia con il dito di San Lorenzo l’aveva data a una prostituta di Livorno. Immaginate come ci rimase il povero Proposto Giraldi. Pregò il Vicario di tenere tutto segreto e di procurare, magari a Roma, un altro dito di San Lorenzo. Cosa che in tempi brevi fu fatta. Lo scambio di reliquia avvenne alla chetichella e finalmente fu possibile sistemare questa complessa vicenda, e lo stesso Vicario Pucci, il 7 Luglio 1673, firmò e sigillò le opportune carte di autenticità. Che, se non le hanno rubate, dovrebbero ancora essere custodite, insieme ai rispettivi reliquiari, nella nostra bella e insigne Collegiata.

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